sabato 8 marzo 2014

Gita in val Seriana: pizzo Arera (m 2512)

Interessante gita di scialpinismo con partenza da Bades, frazione di Valcanale in val Seriana. Il pizzo Arera è una bella vetta calcarea, che nelle fattezze richiama molto le Dolomiti,  e appartiene a quelle Prealpi Orobie a me sconosciute, visto che di rado faccio lunghi viaggi per sciare. Questa volta però una conferenza a Trescore e la gentilezza di uno degli organizzatori, Franco Mocci, mi hanno permesso di esplorare terre lontane.
Per quel che riguarda l'escursione, è tutto facile fino al canalino finale dove le pendenze e le cornici mi hanno fatto faticare un po' per uscire in cresta. Neve polverosa (in alto) e bei pendii, hanno completato una piacevolissima giornata.

Anche se qui l'ho chiamato monte, trattasi del pizzo Arera visto dalla cresta orientale della Corna Piana.

Partenza: parcheggio di Bades, nei pressi del laghetto (m 1024)
Itinerario automobilistico: percorrere la val Seriana fino oltre Ardesio, quindi entrare nella laterale occidentale che conduce a Valcanale e alla sua frazione Bades.
Itinerario sintetico: Bades (m 1024) - baita di Piazza Bassa - baita di Piazza Alta (m 1640) - bocchetta di Corna Piana (m 2133) - pizzo Arera (m 2512) per il versante NO e la cresta N
Difficoltà/dislivello in salita: 3+ su 6 / 1100 m.
Tempo previsto: 3:30 ore per la salita.
Attrezzatura richiesta: da scialpinismo, kit antivalanga, ramponi, piccozza, talvolta utile uno spezzone di corda per proteggere l'uscita dal canale.

Dettagli: OSA. MS fino alla bocchetta di Corna Piana, BS fino alla base del canalino NO del pizzo Arera, quindi pendenze fino a 50° (almeno nelle condizioni in cui l'ho affrontato oggi). Un po' di lavoro è stato necessario per abbattere l'ultima cornice, quindi tutto facile per la vetta.

Ci avviamo a piedi dal parcheggio di Bades, nei pressi di un laghetto/palude col fondale dai colori più bizzarri e forti esalazioni di gas. Tante auto sono parcheggiate ovunque. Quest'area è sempre frequentatissima. Poco sopra Bades vi sono degli impianti da sci dismessi e noi risaliamo lungo le piste della vecchia ski-area. Fa piuttosto caldo al sole e in alto si notano grandi distacchi di valanghe di fondo. Nella bolgia di scialpinisti prevalgono gli agonisti del fine settimana che salgono a tutta birra. Anche i settantenni ci passano di gran lena, respirando affannosamente e con attrezzature costosissime e leggerissime. Tutti hanno fretta, sembrano voler chiudere quanto prima il conto con la gita di scialpinismo, forse vissuta più come una sofferenza che come ore di gioia e piacere di stare in mezzo alla natura. Piazza Bassa, Piazza Alta, poi sempre verso SO, oltre un imbuto ci introduciamo nella valle tra il pizzo Arera e l'imponente Corna Piana. Entrambe le cime mostrano i loro verticali fianchi calcarei.
Che traffico. Un signore vestito tutto di nero mi passa ansimante. Ha le moffole da K2, incurante del caldo. Mi accodo a torso nudo per vedere quanto resiste vestito in quel modo.
Gli chiedo se sotto la tuta da sci ha il condizionatore. "Magari ce l'avessi" - mi risponde.
Non gli domando perchè non si ferma a levare almeno la giacca, perchè capisco che forse tra la folla c'è un suo vicino di casa che se lo vedrebbe arrestare la marcia lo direbbe a tutto il vicinato. 
Il nostro gruppetto di 4 si ricompone nella conca tra l'Arera e la Corna Piana. 
A N è freddo, a S si schiatta. La traccia di salita passo proprio sotto i pendii meridionali della Corna, che a un certo punto si scrolla di dosso un po' di neve. La scarica passa sulla traccia tra due gruppi. Per fortuna non prende nessuno.
Inspiegabilmente chi segue non varia la traccia di salita per paura di uscire dal battuto.
Assistiamo alla processione di aspiranti suicidi che salgono tra le scariche fino alla bocchetta.
E poi mi dicono che si rischia ad andare in posti strani, quando è invece chi non apre gli occhi a fare azzardi inutili.
Noi  creiamo la nostra traccia sui più sicuri e ombrosi pendii di sx e giungiamo sulla dorsale sopra il passo di Corna Piana. Di lì traversiamo a mezza costa ed entriamo alti nel mandrone di Arera, il circo a N della vetta. La neve è soffice e polverosa. Prendiamo quota verso SE fino ad imboccare lo stretto e ripido canalino che s'alza verso la cresta. Qui finisce ogni altra impronta di sciatore.
Siamo soli.
30°, 40°, su a piedi ed infine 50° su neve, ghiaccio e verglass s'appoggiano alle roccette. Lasciati gli sci in cima al canale, sono costretto a tirar giù a piccozzate la cornice che mi separa dalla cresta, mentre Gioia e Franco tornano indietro per evitare il salto della cornice. Dopo poco m'affaccio al vertiginoso versante nord orientale della montagna.
Ha ora inizio un pendio appena sottocresta che, oltre una slanciata anticima, mi regala la croce di vetta, tutta bardata di ghiaccio (pizzo Arera, m 2512, ore 3:30).
Mi pento di non aver con me gli sci, perchè avrei potuto scendere tutto con le assi ai piedi dalla vetta. Ma chi se ne frega: mi gusto il paesaggio e la nube giallastra di sabbia del deserto che pian piano offusca le valli bergamasche.
Rimesse le assi, scio giù per il canale, poi assieme agli altri nella splendida polvere del mandrone dell'Arera. Andiam giù fino in fondo, per poi tornare a scaletta alla bocchetta di Corna Piana.
Qui la neve è trasformata, quasi primaverile. Sono le 14 e non c'è più anima viva sulla montagna. Tutti scappati. Che pace.
Saliamo all'anticima orientale della Corna Piana, ma da lì la vetta è impossibile perchè il caldo fa scaricare i versanti e rende le cornici instabili. Dietrofront, per oggi basta!
La discesa, nonostante il caldo, si rivela piacevole, seppur faticosa a causa della neve crostosa che attenta di continuo alla integrità dei nostri crociati.

PS. questo sarà l'ultimo post che metto con le immagini dai colori sballati: purtroppo google+, se non lo modifichi, ti fa un auto correzione delle foto che ti tarocca i colori e rende le foto rosse e scure, maledetti automatismi! Ora l'ho disattivata...)

Il laghetto di Bades.
Avancorpi del pizzo Arera dalla Piazza Alta.
Ai piedi della Corna Piana.
Manovale abbatti-cornice
In vetta al pizzo Arera.
Sabbia del deserto in arrivo! 
L'anticima N del pizzo Arera dall'uscita del canale.
Il tracciato per il canale e le serpentine di discesa.
Polvere ai piedi dell'Arera.
Il pizzo Arera dalla base del mandrone.
Sulla cresta orientale della Corna Piana.
L'anticima E della Corna Piana.
Tramonto e sabbia del deserto sul pizzo Arera.


martedì 4 marzo 2014

Il canale del passo Maurone (m 2649) in val di Rezzalo


Partenza: Parcheggi della Fontanaccia (m 1500 ca.) in val di Rezzalo.
Itinerario automobilistico: percorrere la ss38 fino all'uscita "le Prese" , situata tra Bormio e Sondalo. Entrare a Le Prese e prendere la strada a destra in salita per Frontale - Fumero - Val di Rezzalo. Procedere per 6,5 km, superare una breve galleria a corsia unica non illuminata, attraversare l'abitato ed entrare, su strada sterrata, in val di Rezzalo fino agli evidenti parcheggi dove termina la strada aperta al pubblico. 
Itinerario sintetico: Fontanaccia (m 1500 ca.) - imbocco del canale (m 1600) - passo del Maurone (m 2649) - baite di Pontela (m 1600) - Fontanaccia (m 1500 ca.) 
Difficoltà/dislivello in salita: 3 su 6 / 1150 m.
Tempo previsto: 2 ore e mezza / 3  per la salita.
Attrezzatura richiesta: da scialpinismo, kit antivalanga.

Dettagli: BSA. Il canale, almeno negli 800 metri finali, mantiene una pendenza costante tra i 30 - 35°. Probabilmente superandoli nel breve restringimento centrale. Da affrontarsi solo con neve assestata e a canale già scaricato. Fare molta attenzione alle possibili scariche anche dai pendii e barre rocciose laterali.  
P.s. il canale è accessibile solo previa autorizzazione degli spolveratori locali. Onde evitare spiacevoli gomme tagliate :-).   





Quando percorsi questo ripido canale nell'autunno del 2009 non avrei mai pensato che un giorno sarei sceso di li con gli sci. Ma all'epoca non li avevo ancora nemmeno mai calzati :-). 


Dal 2011 non credo di essere mai entrato in val di Rezzalo, in inverno, senza rivolgere un pensiero a quel canale, ben visibile anche dalla strada, in prossimità delle baite della Pontela, all'inizio della valle. 



Son passati 3 anni, ma finalmente l'occasione è arrivata. Il meteo non è stato favorevole e lungo la parte finale del canale sono intercorsi problemi alle pelli che mi hanno costretto a procedere immerso nella neve per oltre 100 metri, con Diego, solidale :-), a ruota. 
Ma eravamo forti della traccia guida di Dario e Igor sopra di noi e soprattutto eravamo tutti e 4 polverosi ad oltranza. Nebbia e vento nella parte alta del canale, pantaloni e guanti in pile bagnati e congelati, neve sparsa sulla macchina fotografica non mi hanno permesso grandi scatti...ma oggi siam qui per domare il canale, per le belle foto rimando alla prossima avventura. 

Il Percorso: 

Dalla Fontanaccia è possibile attraversare il ponte sul Rezzalasco e inoltrarsi nel rado bosco risalendo la valle verso sinistra, in direzione SE, andando ben presto ad imboccare l'alveo innevato del torrente Rezzotemporivo che percorriamo seguendo la linea di salita e sponda più conveniente. Superata questa prima parte entriamo nel canale vero e proprio, che inizialmente si presenta abbastanza largo. 


Delimitato a sinistra da delle coste rocciose e a sinistra da dei pendii, comunque abbastanza ripidi, che possono anche rappresentare una via di risalita alternativa. Via via che si guadagna quota la larghezza del canale diminuisce e la pendenza aumenta, andando a superare i 30° iniziali.
Giunti circa a metà canale una grosso dente roccioso lo divide praticamente in due. Noi imbocchiamo quello di sinistra, che rappresenta il punto più stretto e ripido della salita (>35°). 


 Superato il restringimento, il canale, sempre con percorso obbligato, torna a farsi più largo, mantenendo comunque una pendenza sostenuta (30 - 35°).


La fine del canale sembra ormai prossima, ma il pendio è ingannevole e i dietrofront necessari sono ancora numerosi prima di poter guadagnare il passo e pregustare la discesa. 


La discesa avviene lungo il percorso di salita, fino alla parte bassa del canale. La neve è bellissima quest'oggi, condizione abbastanza rara in questo canale, e nonostante la visibilità prossima allo zero qualche foto la portiamo a casa, prima di mettere via la macchina nello zaino e godermi anche io la meritata discesa. 





Nella parte bassa del canale è consigliabile portarsi verso destra, prima di finire nell'alveo del torrente, entrando invece nel bosco di larice che ci congiunge con i prati sopra le baite della Pontela. Da qui guadagniamo la strada innevata della val di Rezzalo, che in poco più di un km ci porta nuovamente all'auto. La variante di discesa è facilmente percorribile anche in salita, senza possibilità di errore, data l'evidenza del canale dalla strada.     


lunedì 3 marzo 2014

2 tentativi alla cima di Castello (m 3386) e consolazione al passo di Zocca (m 2749)

La val di Zocca con la cima di Castello era nell'elenco delle gite di scialpinismo che volevo assolutamente fare in val Masino. Si tratta della terza vetta in ordine di altezza e di una delle poche che presumo si possa scendere con gli sci dalla vetta anche sul versante italiano. So che si tratta di una ascesa estremamente lunga (2400 e rotti metri di dislivello + tutta la val di Mello da percorrere), faticosa e ravanosa (c'è un bosco infame) e tecnica (la breve barra rocciosa sotto il colle di Castello), ma io e il Caspoc' partiamo alle 6 di mattina colmi di curiosità e ottimismo.
Col senno di poi, e dopo 2 fallimenti alla vetta a causa dei distacchi spontanei di ghiaccio e la sola faticosa conquista del passo di Zocca, devo ammettere che di tutte le valli del Masino che ho sciato, la val di Zocca è la meno interessante e quella che richiede l'avvicinamento più laborioso e noioso prima di raggiungere pendii piacevoli. Inoltre l'esposizione sud e la fitta abetaia nella parte bassa rendono il manto nevoso sempre irregolare.
La testata della val di Zocca e i tracciati per il colle di Castello e il passo di Zocca visti dal Pianone. La nostra ascesa ha avuto termine quando eravamo quasi a capo della barra di rocce che protegge il valico.

Partenza: San Martino Valmasino (m 923).
Itinerario automobilistico: da Morbegno seguire la SS 38 verso Sondrio. Appena attraversato il ponte sul Màsino, svoltare a sx all’altezza di Ardenno (5 km a E di Morbegno) e seguire la SP9 della val Màsino fino a San Martino. All'ingresso del paese la SP 9 piega a sx. Prendere invece a dx (negozio Fiorelli) la stretta strada che tra le case raggiunge prima il ponte sul Mello, poi il parcheggio gratuito nei pressi del centro sportivo. Se questo fosse pieno, si deve ricorrere a quello a pagamento all'ingresso del paese.
Itinerario sintetico: San Martino Valmasino (m 923) - Cà Panscer (m 1061) - Cascina Piana
(m 1092) - casera Zocca (m 1725) - rifugi Allievi - Bonacossa (m 2385) - colle di Castello - 
rifugi Allievi - Bonacossa (m 2385) - passo di Zocca (m 2749)
Tempo per l'intero giro: 8-12 ore a seconda delle condizioni.
Attrezzatura richiesta: da scialpinismo o ciaspole, casco, corda (30 m), kit antivalanga, rampanti, ramponi, piccozza.
Difficoltà/dislivello: 4+ su 6 / circa 2400 + 400 m.
Dettagli: OSA. Sciata a tratti tecnica e ripida. Pendii fino a 40° sotto il colle di Castello. Tratti su placche ghiacciate per il colle (AD, III). Attenti alle valanghe! Per il solo passo di Zocca: OS.
Mappe: Val Màsino - carta escursionistica, 1:30000.

In rosso i tracciati per il colle di Castello e per il passo di Zocca.


24 febbraio 2014
Partiamo da San Martino Valmasino (m 923), dal parcheggio vicino al centro sportivo, e seguiamo il sentiero sulla dx idrografica del Mello che in pochi muniti intercetta la carrozzabile per la val di Mello.
Qui inizia la neve.
Passiamo accanto al ristoro Gatto Rosso che è ancora buio.
Proseguiamo lungo la mulattiera che s'inoltra in val di Mello. Il Disgrazia emerge in fondo alla valle (E). 
Il fragore del torrente si alterna a silenziosi panorami specchiati nelle sue pozze. A m 1092 c'è Cascina Piana e, poco oltre, sulla sx si stacca il ripido sentiero segnalato per il rifugio Allievi. Imboccarlo non è facile perchè la neve copre tutto. Serpeggiando nel fitto bosco, con molta fatica e su neve ghiacciata e scivolosa, raggiungiamo a m 1600 ca. il ponte sulle scroscianti acque del torrente della val di Zocca, che questo inverno non ne vuol sapere di ghiacciarsi, e ci portiamo sulla sx idrografica. La neve copre ben oltre i corrimano!
Il ponte a m 1600.

Dopo varie incengiate nel bosco, a m 1725, sulla dx si intravede la casera di Zocca e lì facciamo uno spuntino. I passaggi tra gli alberi sono angusti e ghiacciati. Continui su e giù e qua e là.

La casera di Zocca.

La vegetazione man mano si dirada e, dopo un delicatissimo traverso (sx) su neve dura, torniamo vicini al torrente su un poggio panoramico con croce e panchina. Pochi minuti e ci affacciamo al pianone (m 2092). Il panorama è superbo, con la cima di Zocca che domina la scena e la punta Rasica impiastrata di neve come una vetta della Patagonia. Il rifugio Allievi è a N, sopra la barra rocciosa che racchiude questa conca. Noi la raggiungiamo sfruttando un ripido canale sulla sx, quando il sentiero estivo passa tutto a dx delle rocce.

Il colle di Castello e la punta Allievi (dx) dalla valle di Zocca (m 1850 ca.)

Al pianone il torrente, benchè incassato in una fonda trincea, non è gelato. Sullo sfondo la cima di Zocca.


Arriviamo al rifugio Bonacossa (m 2385, ore 4:30-6:30), affiancato dal fatiscente rifugio Allievi. Quassù sono le valanghe che minano alla stabilità delle strutture, come è successo nel 2001 quando una ha semidistrutto entrambi gli edifici, poi ricostruiti.

Rifugio Allievi e cima degli Alli.

C'è una quantità di neve impressionante. Siamo già stanchi morti perchè è più quello che abbiamo salito a scaletta di quello che abbiamo fatto lasciando scivolare le pelli. Io poi, che non ho tutta la tecnica del Caspoc' nell'affrontare i traversi gelati, mi sono bruciato le gambe a furia di dar colpi per far prendere le lamine.
È caldo, molto caldo. Dopo un rapido boccone entriamo nella valle del Castello, puntando alla barra rocciosa a O della punta Allievi. Lassù è il colle di Castello, via d'accesso alla vedretta di Castello. Un volta che saremo sul versante N, raggiungere la vetta sarà una semplice formalità.
Dopo una ripida rampa siamo nel catino sotto il colle e ci portiamo ai piedi della barra rocciosa finale. Imbocchiamo un canale gelato sulla sx, ma il sole inizia a staccare blocchi di ghiaccio dalle rocce. Sono le 14 e alla seconda scarica schivata, leviamo i tacchi e scornati torniamo a casa prima di finire sotto una valanga.
Mancavano 20 metri alla fine delle ostilità! Lo so bene perchè di qui sono già salito nel novembre del 2007 e ben ricordo il passaggio.
La discesa si rivela una tortura: ho i miei sci in manutenzione, così son  munito di un paio di Movement con attacchino, e -alla faccia di quelli che sostengono che l'attacchino non dia mai problemi - il mio non si chiude e devo scendere tutto in telemark con neve a tratti crostosa. E, come se non bastasse, non posso mai scaricare il peso dallo sci con l'attacco che non blocca, perchè se lo faccessi scenderebbe lo skistopper e mi impunterei!
Dal pianone decidiamo di provare a scendere dritti nel greto del torrente e ci riusciamo con un po' di salti e peripezie, evitando  così la tortura del bosco della bassa val di Zocca fino a 100 metri sopra il ponte a m 1600. Tutto sommato devo dire che è stata una scoperta molto divertente e a mollo in acqua ci è finito solo il Caspoc'!
Dopo una pessima discesa un po' con gli sci, un po' a piedi affondando nella neve marcia, siamo nel fondovalle della val di Mello, e di lì è una distensiva scivolata fino al ponte sul Ferro, quindi 4 passi per sciogliere le gambe ci portano a San Martino.



Verso il colle di Castello.

3 marzo 2014
Passa una settimana e decido di tornare. Questa volta sarò solo e partirò prima, coi miei Maestro e l'attacco TR2 - decisamente più affidabili-, e salirò lungo la linea di discesa dell'altro giorno aiutandomi anche coi rampanti dove la neve è geleta. 
Ma poco mi sono valsi tutti questi accorgimenti: sono in Allievi con una sola ora di vantaggio sull'altro giorno, perchè sebbene abbia ottimizzato il tracciato, visti i luoghi e l'isolamento abbia potuto lasciare ARTVA, pala e sonda; il dover batter traccia da solo e il non poter dividere il peso della corda+protezioni con un compagno mi ha impedito di salire più velocemente.
Svelto mi porto alle rocce a m 2900 sperando che il freddo questa volta mi aiuti, ma il sole è ancora più cocente e sono già le 11:30: la neve sulle rocce sublima e c'è vapore come quando si butta acqua su una piastra bollente. Cadono continue frane di ghiaccio e ogni minuto che passa la neve è sempre più bagnata.
Non voglio tornare indietro di nuovo, così provo ad arrampicare su per il canale. Una doccia gelata, una seconda scarica, e quando tolgo lo zaino per estrarre la corda e proteggere un passo che non mi piace, un terzo distacco di ghiaccio mi colpisce trascinando zaino, sci e corda a valle. Per fortuna io riesco a restare attaccato alla roccia grazie alle picche.
Dietrofront: ho fatto  15 metri in più della scorsa volta e sebbene sono a soli 5 metri dall'uscita dalla fascia di rocce oltre cui inizia il pendio per il colle, la pelle per me vale di più che l'ostinazione di voler scalare una cima.
Arrivo in Allievi incazzatissimo per due motivi: uno -  ho di nuovo fallito; due - la neve oggi fa schifo anche in alto: è una crosta infame dove l'unica cosa che si può fare sono lunghi traversi cercando di non rompersi un ginocchio.
Butto lo zaino per terra e mi guardo attorno.
Il passo di Zocca, breccia sulla cresta E dell'omonima cima, e il canale che lo raggiunge sono all'ombra e perciò al sicuro dalle valanghe da caldo. Decido di andar lì, almeno per salire la cresta di confine e dare un occhio dall'altra. Puntando al dente di roccia che identifica il valico, faccio numerose inversioni su neve crostosissima.
Senza zaino si sale molto più velocemente e in 40' sono al passo di Zocca (m 2749), dove ammiro la valle dell'Albigna e le Sciore. Poi mi volto e scruto la dirimpettaia val Romilla, osservando che in tutto il giorno quella laterale sx della val di Mello non prende il sole. 
"Chissà che bella neve che c'è, mica la merda che dovrò affrontare ora! Alla prima occasione ci vado."
Su quel che è accaduto in queste due giornate, ho tratto la sola conclusione che per salire al valico si deve essere alla base delle rocce prima delle 9, cioè partire in piena notte da San Martino e quindi ravanare nel bosco al buio più pesto!
La punta Rasica dal rifugio Allievi.
A sx il passo di Zocca, marcato da un evidente dente di roccia.
Al passo di Zocca, sguardo verso l'Italia.
Tramonto riflesso nel lago della val di Mello con le ultime luci sula costiera del Torrone, monte Pioda e monte Disgrazia.

domenica 2 marzo 2014

Mont Arp Vieille (m 2963)

Gita domenicale di consolazione in Valle d'Aosta, esattamente in val Grisenche, per la scuola di scialpinismo Righini in una giornata dove altrove sulle Alpi il pericolo valanghe era altissimo. 
Di consolazione non perchè spiacevole, anzi, ma perchè  in origine la scuola aveva pensato di portare gli allievi su una vetta ben più significativa al passo del Sempione, resa impossibile dalle abbondanti precipitazioni di sabato.
Peccato per l'infestazione da eliski che turbava l'atmosfera, ma la neve polverosa e i bei pendii hanno sopperito al fastidio e  hanno permesso di realizzare buone riprese video.
La classe della scuola di scialpinismo Righini in vetta dall'Alp Vieille assieme a Carlo, il mio collega cineoperatore nelle riprese del documentario. Sullo sfondo la Becca du Mont.

Dopo una notte all'hotel Foyer de Montagne, preceduta da costruzione truna e igloo, saliamo a Bonne dove calziamo gli sci e proseguiamo sulla stradina che passa alta sopra una vecchia diga in fase di smantellamento. Dopo poco (cartelli) prendiamo la carrareccia sulla dx (O) e con una serie di tornanti guadagniamo circa 300 metri di quota fino ad entrare nel vallone. Senza percorso obbligato raggiungiamo il grazioso alpeggio dell'Arp Vieille (m 2207). In lontananza svetta la piramide del .Cervino
Traversiamo quindi a sx per riprendere il centro della valle. Giungiamo così a ridosso dell'anfiteatro conclusivo dove seguiamo una specie di canale che ci consente di evitare alcuni pendii pericolosi. La vetta è ben visibile in alto a dx e la raggiungiamo dopo aver guadagnato la sua cresta SSE.
Per tale dorsale vinciamo gli ultimi 200 metri di dislivello e, dopo 4 ore e mezza, siamo in vetta al mont Arp Vieille (m 2963) ad ammirare il  bel panorama sul Ruitor, sul monte Ormelune e sulla Becca du Lac.
Devo ammetterlo: girare tutto il giorno con videocamere in mano, senza bastoncini, con ammenicoli vari appesi per le registrazioni audio, e correre avanti e indietro alla ricerca delle inquadrature è ben più faticoso che fare il doppio del dislivello in tutta tranquillità!



Notte all'hotel Foyer de Montagne.
A m 2100, appena fuori dal bosco.
A m 2100, appena fuori dal bosco.
Gli ampi spazi della vallata dell'Arp Vieille.





Tracce di ungulati e di scialpinisti.
Verso l'alpe Veielle.
Verso l'anfiteatro conclusivo.
L'ultimo tratto per la vetta del mont Arp Vieille
La cresta SE del mont Arp Vieille costituisce la via solita di salita con gli sci.
L'istruttore Carlo Bonadonna abbraccia la prima allieva giunta in vetta. 
In discesa troviamo una grossa valanga scesa a causa di uno sciatore imprudente che ha tagliato un pendio poco sicuro che già gli istruttori avevano segnalato agli allievi in salita. Il distacco è l'occasione per una simulazione di scavo.

Da  questa inquadratura si può apprezzare la dimensione del distacco e notare all'apice della valanga la traccia dello sciatore che l'ha provocata.