sabato 1 agosto 2020

Sasso Manduino (m 2888) - Via Schiavio

Dal Trivio di Fuentes spicca nel groviglio di montagne che fanno da spartiacque tra Valtellina e Valchiavenna: il Manduino pare una cima delle Dolomiti. Invece è uno scoglio di granito, di una bellezza così netta e immediata che una persona di via potrebbe indicarlo ed esclamare "il famoso Badile!" Ebbene no, coi suoi camaleontici 2888 metri il Sasso è una meta più modesta e cionondimeno un indubbio spasso.

 Tramonto sullo spigolo SO del Sasso Manduino.

Partenza: Mezzolpiano (m 300).
Itinerario automobilistico: da Novate Mezzola (circa 10 km dal trivio Fuentes) imboccare
sulla dx, poco dopo la stazione ferroviaria, la strada per la frazione di Mezzolpiano (m 300), dove si posteggia l’auto.
Itinerario sintetico: Mezzolpiano (m 300) – San Giorgio (m 748) - Tracciolino - Cola (m 1018) -  In Cima al Bosco - alpe Ladrogno (m 1700) – Sasso Manduino (m 2888) per lo spigolo O - discesa per la via normale - alpe Talamucca (m 2070) - Moledana (m 1025) - Verceia (m 200).
Tempo  previsto:  15 ore per l’intero giro.
Attrezzatura richiesta: corda (60 metri), casco, imbraco, cordini, fettucce, friend (una serie fino al 2), nut, eventualmente ramponi per l’attacco. Soste attrezzate.
Difficoltà: 4.5 su 6.
Dislivello in salita: oltre 2600 m.
Dettagli: AD+. Scalata molto interessante su roccia (IV+) di buona qualità (tranne nell’avvicinamento allo spigolo). 9 tiri di corda dalla bocchetta del Manduino. Se li si fa lunghi ne bastano 7.
5 calate da 15, 30, 30, 15, 30 sulla normale (versante E).
Accesso lunghissimo.

  Mappa del percorso (in realtà noi non siamo saliti da Codera, ma questa l'avevamo già in casa pronta!)

  Ci troviamo nel tardo pomeriggio a Verceia, tutti a nostro modo cotti dalla giornata. In quanti siamo? Troppi, secondo gli standard alpinistici ufficiali, e non al completo. Così, ancora prima di prendere il pane, si comincia a bere. In realtà per Cavallo e Sara, in trasferta dal luinese, è la continuazione del brindisi iniziato a mezzodì in val Gerola. Beno chiama Gioia al telefono, dice che sta arrivando e di non esagerare con la birra, da che pulpito! Spostiamo gli occhi gli uni sugli altri, i bicchieri ormai seccati, e ordiniamo l'ultima spillata. Una volta riuniti decidiamo di darci refrigerio al lago. Quasi forziamo la portiera di una macchina che assomiglia alla nostra, chiedendoci perchè la chiave non funziona: abbiamo proprio bisogno di un tuffo. Presto detto. Al lido, davanti alla casa degli svizzeri, ci immergiamo nell'acqua tiepida. Questa raggela non appena la spiaggia sprofonda e viene raggiunta dalle correnti del Vallone, infido torrente che si immette nel lago di Mezzola. Notiamo dei ragazzini che si buttano da uno spiazzo a livello della strada vecchia, al di qua del guard rail. "Andiamo a buttarci", propone Beno. Lo facciamo solo noi uomini, sprezzanti dell'ignoto, e tra un banzai e l'altro le donne in ammollo venti metri più in basso ci guardano, sagge nel portare avanti la conservazione della specie. 

 Raccolti gli stracci, e lasciata una macchina a Verceia, andiamo con l'altra nei pressi della cava di Val de Munt. Qui ci incamminiamo per San Giorgio, carichi all'inverosimile. L'afa si fa presto beffe della freschezza trovata al lago e cominciamo a grondare come in una sauna. Dapprima chiacchierando poi condannando il caldo sorpassiamo una parte di sentiero franata di recente. Qualche alito di vento ci aiuta al crepuscolo, nei pressi di alte mura, che sembrano rovine di un castello. Si tratta invece di costruzioni legate a una cava in quota, nascosta sulla sponda della val Revelaso, e la cui conca biancastra è ben visibile dall'Avedee. Ecco San Giorgio col suo clima di festa, della musica nell'aria, bambini e ragazzine che giocano. Ci abbeveriamo, stringiamo i lacci delle scarpe e continuiamo fino ad intercettare il Tracciolino dove teniamo la salita, seguendo le indicazioni per la Cola. Devono essere circa le dieci quando raggiungiamo la quota 1000 metri del borgo. É deciso, dormiremo davanti al sagrato della chiesetta. A sud est la luna prende il colore arancio della sabbia del deserto, sempre a spasso sulle alpi. Ci laviamo a pezzi o entrando direttamente nel lavatoio. Un branco di hippies. E mentre asciughiamo all'aria mite del posto mangiamo riso e Storico ribelle. Condividiamo anche un po' della mia Petuccia dal Friuli, mentre della grande zucchina del mio orto nessuno si fida. Per dolce il croccante alle mandorle di Sara. Dopodiché voltiamo l'angolo e raggiungiamo i nostri sacchi a pelo. Qualche zanzara cerca di dormire con noi ma la respingiamo. In sottofondo l'unico abitante che si fa vivo tiene la tv accesa fino all'una di notte, alternando sbadigli animaleschi al suono impertinente delle pubblicità. Mi domando come sia possibile, e vorrei avere la forza di alzarmi e sabotargli l'antenna. Alle 3,30 la sveglia. Sara si mette a sedere come una molla, anche noialtri più che uscire dal sonno prendiamo a divincolarci nel sacco, cercando la posizione eretta. L'unico veramente addormentato è Beno, che dormirebbe anche sotto le campane a festa. 

Una rapida colazione a caffè latte e siamo pronti per completare l'avvicinamento. Cavallo, in pantaloncini attillati da ciclista e camicia da messa, viene sorpreso dal signore della tv accesa. È ancora sveglio! Non si capisce da dove proviene la voce, nel buio pesto, ma chiede "'n du vet?". Appurata la nostra meta, approva con un ultimo mugugno. La risalita della val Ladrogno è lunga, non c'è storia. Al buio mi sembra di perdere piu volte l'orientamento anche se lo stretto sentiero è uno, non si può sbagliare. Il frontalino attira nugoli di insetti così lo tengo in mano. Le corde da 60 metri nello zaino e tutto l'ambaradam si fanno sentire. Per gli altri stesso discorso, tant'è che in una scena un po' surreale vedo i compagni disfarsi delle tolle di riso avanzato, rovesciandolo alla mercè dei molti ungulati che abbiamo sentito scuotere le fronde nell'oscurità. Nei pressi di in Cima al Bosco, dove si pensava di dormire inizialmente, scopriamo che non c'è acqua bensì un prato vorace pieno di insetti carnivori. Ci è andata bene. Procediamo a strappi o falsipiani, incuneandoci nella val Ladrogno e bagnandoci le suole nei suoi ruscelli. Via lattea e stelle cadenti ci sormontano. A sinistra cerco con insistenza la sagoma della punta di Bresciadega, ma vedo solo Mot Luvré e cima di Lavrina fondersi con la linea crestata delle pinete e dei lariceti. L'alba ci prende su alcune dorsaline in zona alpe Ladrogno. Quando sembriamo ormai fuori traccia, dopo una ravanata fra radici, erba alta e buascia di cavallo, rinveniamo il sentiero. Sopra di noi un concentrato di luci segnala che il Casorate Sempione ha ospiti svegli. Ci terremo sulla destra finché voltandoci avremo il bivacco alle spalle e un trio di persone alle nostre calcagna. Davanti a noi l'intaglio di partenza della via Schiavio e il Manduino, che sotto cima, sul versante nordest è caratterizzato da cenge e venature parallele di roccia chiara. Dobbiamo disegnare un itinerario non bollato, fra rododendri, mirtilli un po' appassiti, roccette, zolle erbose, anticipando eventuali inciampi in buchi nascosti alla vista. Dopo un canale instabile, circondati da genziane purpuree, e alcune comode placche, scovando qua e là dei fiori di arnica, una facile paretina fa guadagnare il dorso di una costola rocciosa abbastanza esposta. La seguiamo fino a un caminetto da disarrampicare. Dietro di noi il trio ha colmato molto rapidamente la distanza e scambiamo qualche parola amichevole. Durante l'ultima ora è stato un gran passamano delle tre paia di bastoncini che lungo la via abbiamo cercato di distribuirci per agevolarci. Mi ritrovo a stringerli nel palmo tutti quanti e dalla sommità del camino li passo a Beno e Sara cercando di non trafiggere nessuno. Per far sì che tutti si godano la giornata, decidiamo di appostarci appena sotto l'attacco, su terrazzate di roccia lievemente inclinate, e farci precedere dal trio milanese-comasco. Il piano prevede rifocillarsi e passare almeno un'ora a gozzovigliare. Notiamo però che il loro incedere è più tranquillo del previsto. Lo Storico ribelle ci ha rigenerato, e senza dire nulla tutti si stanno preparando. Mentre la cordata di vicini si sposta a sinistra del primo canale di rocce semimobili, noi lo risaliamo slegati tenendo il lato opposto finché possibile. Beno poi ci aspetta sopra un salto e mi chiede di evitarlo insieme agli altri aggirando una linguetta di neve sulla destra per poi ricongiungersi grazie a un traversino. Da lì ci portiamo a uno spiazzetto, alla base dello spigolo, dove un caratteristico foro fa da spioncino su un vallone laterale piuttosto dolce della altrimenti vertiginosa e immane parete ovest. È il momento di tirare fuori le corde. Beno sale da primo e dietro di lui la corda blu con Cavallo e Sara, mentre la rossa è mia e di Gioia. In quest'ordine inizia il divertimento. Siccome il sole sta battendo sul versante opposto, facendo bollire la roccia, lo spigolo si trova nel punto più riparato possibile e alla quota 2600 circa abbiamo infilato giacche o pile. Io e Beno saliamo con scarpe da trekking leggere, scegliendo la comodità ad ogni costo, mentre gli altri decidono di massaggiarsi i piedi con le scarpette da arrampicata: la roccia è abbastanza ispida da soddisfare tutti i palati. L'unica maniera di descrivere l'arrampicata è 'divertimento allo stato puro'. La vista è grandiosa, il luogo quasi confortevole. Essendo in coda con Gioia chi ci precede deve liberare soltanto la propria corda dai rinvii che poi smonterò. "Filo rosso o filo blu?" La spensieratezza si spreca e tuttavia ci mantiene concentrati, disinnescando qualsivoglia fremito. Poco dopo l'inizio dell'ascesa raggiungiamo il trio e ci salutiamo. Le voci di Beno e del loro capocordata ogni tanto piovono confuse dall'alto, sicché ci aiutiamo a distinguerle. Cavallo e Sara sono due caprette ma io e Gioia non siamo da meno. Ogni volta che ci ricompattiamo mi sposto avanti per dare corda a Beno, in due occasioni col secchiello. Siamo una bella squadra, sollazzati al punto che propongo di farci un autoscatto. Ormai prese le distanze dall'altra cordata ci portiamo all'altezza della loro guida, anche lui sorridente e molto felice della gita. Un ultimo camino acrobatico e uno dopo l'altro ci ritroviamo impoltronati sulla vetta. Si crepa di caldo, e in men che non si dica metto la sola camicia da matrimonio. Cavallo estrae prontamente delle scamorzine che avranno vita breve. Poi a turno, sciolte le briglie, ci spostiamo qualche metro più sopra, sul cocuzzolo della vera cima, ogni volta dimenticandoci di portare il Corti per la foto di rito. 

Il Sasso Manduino è un sasso per davvero. E va cavalcato. Avendo messo in archivio la via mi fa un po' specie stare lassù, vicino a Beno che se la spassa come un assatanato. Una volta arrivati i vicini di scalata, Beno suggerisce loro quante calate fare, conoscendo la zona a menadito, e offre di usare la nostra corda già allestita. Dopo un po' di remore accettano. La discesa in doppia dalla normale avviene senza imprevisti, se non quando il nodo galleggiante di giunzione tra le corde trova quell'infinitesimale percentuale di incastro. La tecnica di recupero di un capo e poi dell'altro non funziona e Beno è costretto a risalire per districarla. In fondo un canale depositerebbe una volta per tutte nella val dei Ratti, ma un sentierino erboso a noi noto consente di evitarlo. Nel canale di marciumi sta per calarsi l'unica ragazza del trio che all'improvviso lamenta una sassaiola da parte nostra. Stupiti, dato che siamo su prato e al di fuori del canale, gli comunichiamo che non siamo artefici del disgaggio, risolvendo l'equivoco. Intanto lei urla il nome dei propri compagni a gran voce. Si avverte una nota di tensione, e come biasimarla: il rischio di una grandine di pietre non piacerebbe a nessuno. Giunti in fondo, decine di metri più in basso rispetto all'uscita del canale, stiamo per traversare la valle in direzione alpe Talamucca. Più sopra vediamo i due dell'altra cordatina armeggiare con le doppie che hanno preferito al sentiero, mentre la ragazza li sta raggiungendo. All'improvviso un macigno grande quanto un pallone da rugby saetta a pochi metri dalla testa di Sara che per fortuna non aveva ancora tolto il casco. Di buona lena siamo tutti invitati a levarci da lì sotto. La discesa procede su ginocchia stanche, ma all'insegna del buonumore. Di tanto in tanto guardiamo a che punto sono quelli dietro di noi, sempre più lontani, realizzando che il generoso passaggio in auto offertoci in cima - col loro veicolo dal Tracciolino fino a Verceia - non potrà avvenire. 

In vista della località Camerate, un belvedere con una baita, si dipana una fila di trenta asini. Prima di raggiungerli, sperando di mangiare un boccone in loro compagnia, mi riempio le guance di Achillea da masticare, amara il giusto per non pensare temporaneamente al cibo. Finalmente incrociamo gli animali accarezzandone qualcuno, e ai piedi dello stallone abbiamo una brutta sorpresa: un asino morto stecchito, le gambe ritte, la lingua fuori. Sembra un giallo, in quanto non presenta segni di ferite o collusioni. Dall'altra parte una seconda carcassa, meno recente. Vipere? Boccone avvelenato? Non si sa. Nel frattempo ha preso a piovigginare e siamo costretti a rimandare la merenda. La facciamo sotto le frasche di un possente abete. Inzuppati aspettiamo di asciugarci e che il temporale in agguato scarichi da un'altra parte. Trangugiamo quasi tutto quello che capita a tiro fuori dagli zaini, al che propongo di nuovo la mia zucchina e stavolta solo Gioia, forse grata della nostra collaborazione lungo lo spigolo del Manduino, ne accetta un cantuccio. Non fa il bis. A questo punto riorganizziamo gli zaini. Mi libero dalla corda cedendola a malincuore a Sara, non augurando a nessuno di piagarsi la schiena come mi è capitato nelle ultime ore, così da poter allungare il passo con Beno e raggiungere Verceia un'ora prima, recuperare la seconda macchina a Mezzolpiano, e riportarci con entrambe alla fine del sentiero, in attesa degli altri. Così è stato, almeno fino a Moledana e alla diga sottostante, corricchiando nelle discesine e dissetandoci alle sorgenti. Ma una volta abbandonato il Tracciolino e sbucati nella strada sterrata, il passo è diventato una corsa a rotta di collo giù per i sentierini che fanno le mountainbike. Ancora sensibilmente zavorrati e dopo un paio di storte notiamo una gip grigia in discesa. La proposta indecente è quella di arrivare prima di quella al prossimo tornante. La manchiamo di poco e vedo che Beno vuole desistere allora lo sprono ad aumentare il passo. Dopo aver sfidato la natura per un giorno intero ci siamo messi a sfidare la tecnologia (e le nostre articolazioni). Sfrecciando nella polvere ci accorgiamo che da troppo tempo non compare un tornante. Non importa, si continua! Finalmente uno scorcio sul lago appiattito anticipa l'arrivo e dopo pochi minuti siamo sull'asfalto, davanti alle case. Ci passa davanti una gip grigia che Beno sostiene non essere la stessa dell'inizio. 

Siamo in orario per recuperare la vettura a Novate, puciare i piedi nel torrente Codera e riportarci all'imbocco del sentiero. Qui Beno prosegue al volante sperando di intercettare i compagni, ma non ha il permesso per la strada e una telecamera lo rispedisce indietro. Aspettiamo seduti sull'asfalto. Finalmente arrivano: siamo tutti stralunati e c'è solo una cosa da fare. Dopo un rapido bagno al lago giriamo i bar di Nuova Olonio trovandone uno con dei posti liberi all'aperto. Prima di salutarci sorseggiamo le nostre bevande ripercorrendo l'avventura di oltre 24 ore. Ma per qualcuno non è ancora finita, bisogna ritornare integri, chi a Sondrio, chi a Luino, e scolato l'ultimo bicchiere si riparte, forse più sobri, decisamente più cotti della sera prima.

 

 Tramonto sul lago di Mezzola

 Sul sentiero per San Giorgio di Cola

Sonnambuli a Cola 


 Al cospetto del Sasso Manduino

 Fiore di Raponzolo Orbiculare (Phyteuma Orbiculare)

Cavallo e Sara verso l'attacco sotto la costola esposta

 Sulla costola esposta  
  Dalla costola sullo sfondo: Mot Luvré, Cima Lavrina, Pizzo di Prata e Beleniga e sulla estrema sx il Pizzo Forcola
 Il foro alla base dell'attacco 

 Quarto tiro dello spigolo

Sosta al termine del quarto tiro

Sosta al termine del quarto tiro dello spigolo  
Via Schiavio, parte alta.

 Penultima sosta.
Penultima sosta

 

 Si ride sugli ultimi tiri della via Schiavio
 Cavallo e Sara ruzzano sul IV+ del penultimo tiro
 Ultimo ritrovo prima della adunata in vetta
Beno trova il sole e l'aquila sull'ultimo passaggio di V (aggirabile da dx, ma che val la pena forzare per un degna conclusione della salita), a un palmo dalla vetta

Ultimo tiro 

 Comodi in località Sasso Manduino, al completo anche la seconda cordata
A cavallo del cocuzzolo di vetta
 Sara si ricorda di portare anche il Corti, amico di Schiavio, sul cocuzzolo
 Beno organizza la prima calata
Calata dalla normale verso la Val di Rat



lunedì 22 giugno 2020

Rimpfischhorn dalla cresta sud (m 4199)

Del Rimpfischhorn non avevo mai sentito parlare. Parrebbe da considerarsi come itinerario scialpinistico del Canton Vallese più che temuta montagna dall'estenuante avvicinamento. Due rifugi, il Britanniahutte e il ristorante Mittelallalin, sono appollaiati come castelli di fantasia rispettivamente su forcelle a Nord e a Ovest dell'Allalin, ghiacciaio che appena 55 anni fa lasciò cadere un frammento della bellezza di 2 milioni di metri cubi sul grande cantiere sottostante, seppellendo decine di operai al lavoro per costruire la diga a gravità Mattmark. Laddove si separò il seracco è ora una distesa di nevai e anche luogo del nostro accampamento. La nuda e cruda realtà circostante ci farà marciare per chilometri su neve via via più cedevole fino al Rimpfishsattel, un belvedere sul gruppo del Rosa, sul Cervino e sfuggente tra le nubi sulla cara Dent Blanche. La cima di giornata invece torreggia all'estremità meridionale di una cresta molto frastagliata, micro mondo alpinistico che condensa in duecento metri tutti gli elementi per rendere questo fantomatico quattromila facile mozzafiato.



Il Rimpfischhorn da NE.



Partenza: piede della diga Stausee Mattmark (m 2050 ca.).
Itinerario automobilistico: da Intra (VB), raggiungibile col traghetto da Laveno (VA) si prende la SS 33 del Sempione che, buche a parte, è piuttosto veloce. Entrati in Svizzera a Gondo, oltre le omonime inquietanti gole, saliamo al passo del Sempione, per discendere dall'opposto versante verso Brig. Senza raggiungere Brig, in fondo alla discesa puntiamo a O (direzione Sion) e a Visp usciamo dall'autostrada svizzera e seguiamo per Zermatt e Sass Fee. Risaliamo la valle fino a Stalden, quindi prendiamo il ramo più orientale (l'altro va a Zermatt). A Sass Grund andiamo verso Saas Almagell, oltre cui  insistiamo fino al termine della strada asfaltata (23 km dall'inizio della valle), che è poco prima del coronamento della diga dello Stausee Mattmark. Qui il parcheggio è a pagamento, ma più sotto la si può lasciare gratuitamente.
Attenzione: se a Brig si prende l'autostrada occorre acquistare il bollino.
Itinerario sintetico: piede della diga Stausee Mattmark (m 2050 ca.) -  Allalingletscher - Allalinpass - Rimpfischhorn (m 4199).
Tempo di salita: 7 ore.

Attrezzatura richiesta: scarponi, ramponi e piccozza, 30 m di corda, 4 cordini, 3 moschettoni.

Difficoltà:  4 su 6.

Dislivello in salita: 2350 metri.

Dettagli: Alpinistica PD. È una lunga passeggiata prima su cordolo morenico, poi su ghiacciaio e infine su per ripidi canali (40°), roccette (fino al III-) e cresta aerea.

base swisstopo.ch


Eravamo quattro amici a cena, e dopo una sostanziosa carbonara cucinata da Cavallo e Gioia, nonché un tour di vino, birra e liquori, abbiamo effettuato una rapida spunta materiali dandoci appuntamento all'indomani. Ogni volta che prendo il traghetto per Intra so che mi aspetta un lungo viaggio in macchina e una tremenda quanto appagante fatica. Stavolta circolano voci che sarà una scampagnata. Certo non da viaggiare come merce su funivia, però comodi e spensierati.

Fatta la spesa a Domodossola e barattato dei saluti con del formaggio d'alpe dalla mamma e dalla nonna di Ale ci avviamo per il passo Sempione. Una volta in territorio elvetico compaiono cime imbiancate e appuntite da ogni lato. Cavallo, al suo primo quattromila, ha molte domande da rivolgere a Beno, ma una volta giunti a Saas Fee nota i torrenti impetuosi e subito si pente di non aver portato la canna da pesca. In effetti siamo tutti dotati degli urinari ufficiali delle Montagne Divertenti, cioé cappellini alla pescatora biancorossi, che ci fanno sembrare una compagnia di appassionati dell'amo quando non la squadra nazionale di tiro con l'arco. Parcheggiamo ai piedi della diga Mattmark (m 2050 ca.), in un ambiente pietroso ma costellato di radure fiorite, arbusti e qualche pozza stagnante. Alle nostre spalle la Weismeiss, che oggi indossa un cappello di nubi, copre alla vista le dorsali del Fletschhorn e del Lagginhorn. Alzando lo sguardo a sera, cercando la meta odierna, scorgiamo quella che dev'essere la spessa lingua del ghiacciaio, sospesa quasi a tremila metri. Senza indugio ci incamminiamo seguendo una pista sterrata poco ripida che dopo un pugno di tornanti scema in un sentiero. Traversiamo in piano a N e presso una briglia, pieghiamo a sx e saliamo prima in un vallone, poi sul cordolo della morena. Saliamo tranquillamente, carichi di tende e fornelletti da campeggio, sicché abbiamo il tempo per meravigliarci. Da questo sito angusto prende a correre una pernice che poi spicca il volo, col piumaggio stagionale marroncino ingrigito, brava a distrarci dal suo nido che infatti non troviamo.  Appare anche un rapace, forse un avvoltoio, sì! E' proprio un gipeto pettoruto, la testa di un giallo fulgente, a malapena immortalato da Beno. Infine rivolgendoci alla sponda opposta sulla dx ci scopriamo noi stessi avvistati da alcuni stambecchi curiosi che presto si dileguano.

Un ultimo sforzo, due nevai che cedono sensibilmente alle nostre orme inumidendo scarponi e calze, e siamo sulla prominenza scelta per la notte a m 2950 (ore 2:30). Disponiamo subito zaini e fornelletto acceso per sciogliere la neve sulla pietraia a fianco, una piccola tribuna affacciata allo Strahlhorn, dopodiché allestiamo le due tende sulla neve. A me e Cavallo tocca creare un piano facendo da bolla umana, così dopo aver fissato gli ultimi picchetti entriamo nelle rispettive brande e rotoliamo, tirando ginocchiate e pugni, fino a che c'è una parvenza di materasso. Fuori comincia a imbrunire e si accendono le luci della Britanniahutte e della Mittelallalin, bucherellando l'oscurità di questa scenografia teatrale. Non ci lasciamo corrompere nell'animo da tanto sfarzo, e non appena le pepite di neve si sciolgono in pentola stappiamo le tolle di trippa. Per antipasto salame, speck e assortimento di formaggi. Estrema fiducia viene riposta nel nostro chef alpinista Ale. La neve però ha i suoi tempi e non tardano i brividi mentre aspettiamo di squagliarne dell'altra per riempire tutte le thermos di thé ed essere svelti al mattino.
Anche i rifugi hanno già spento le candele. Ultimati i nostri compiti, sotto un cielo stellato sbiadito, e di fronte al bagliore arancio artificiale della pianura piemontese, brindiamo con un liquore al lauro sopravvissuto alla sera precedente, giusto per non lesinare sulle calorie e per riscaldare le membra prima di entrare negli igloo. O almeno le leggende sull'alcol così raccontano.
 Il mio materassino è assottigliato da dieci anni di utilizzo e insieme alla base cerata della tenda frena a stento il gelo, così come sfiorarne le pareti equivale a spalancare la porta del frigo. Di là russano in men che non si dica. "Ma li senti quelli là? Ci hanno fregato" scherza Ale. Sembra facciano a gara, nonostante Cavallo disponga di un sacco a pelo leggerissimo che non gli avrebbe dovuto permettere nemmeno di chiudere occhio. Non possiamo che riderci sopra e rincorrere il sonno, a queste altezze non scontato. D'un tratto la tenda comincia a scuotersi e sentiamo crepitare contro i teli. Dopo qualche minuto Ale chiede cosa sia. Nel dormiveglia abbandono l'idea di un animale che si aggiri nel nostro campo base e rispondo: piove. L'altro, ben più lucido di me, decide di affacciarsi di fuori così mi torco per guardare a mia volta. Una buferina frizzante sta stuzzicando la tenuta delle nostre suites. Niente di allarmante. Avvertiamo i vicini e Beno chiede di controllare che la corda già approntata coi nodi a palla e le asole per gli imbraghi non venga sepolta. Ale ci pensa per un istante drammatico poi esclama "Magari fra un attimo". Scoppiamo a ridere perché è evidente che nessuno ha voglia di uscire sotto l'intemperia. Comunque la corda si vede e le briciole di nevischio ghiacciato sono innocue.
Ci svegliamo, per così dire, alle 4 e mezza e ci mettiamo subito in marcia per scaldarci. La neve ha una scorza dura e vogliamo sfruttarla finché porta. Cerchiamo di tenere la sx per anticipare la virata lungo il vallone dell'Allalingletscher.  Una depressione sotto di noi rivela alcuni crepacci. Sulla dx distinguiamo una serie di lucine di natale che scivolano giù dai rifugi come tante formiche. In parte invidio gli sciatori saliti con gli impianti.

Procediamo tenendoci alla sx di bastionate rocciose che hanno scaricato piccole slavine dai propri colatoi. Non è ancora definito il piano di giornata, se saliremo sull'Allalinhorn o sullo Strahlhorn dopo aver chiuso il Rimpfishhorn. Lo capiamo con lo scorrere delle ore, a batter traccia in cordata, che dovremo accontentarci di un solo quattromila. Sistemo l'urinari e avanziamo, la pazienza da pescatori non ci manca. Finalmente scolliniamo alla quota di 3556 metri del passo Allalin, sul versante orientale del ghiacciaio Mellich, decisi a fare colazione mentre folate di vento artico ci prendono a sberle. E togli i guanti, scatta una foto, spilucca questo e bevi quello, la mani sono subito intorpidite. Ripartiamo col doppio dei vestiti addosso e ci manteniamo all'altezza della sella. Dopo un traverso che nasconde definitivamente la mite sagoma dello Strahlhorn, ci abbassiamo di cinquanta metri pestando uno smottamento. Di lì a poco mi torna prepotente il sangue alle dita: non mi ero neanche accorto di quanto fossero compromesse. Faccio un bel respiro e mi preparo alla fastidiosa ripresa di sensibilità, ma quando raggiungo il picco di dolore le mani continuano a bollire. I compagni restano un pò attoniti ed Ale mi offre le sue moffole mentre mi inginocchio e impreco per non pensare. Mi libero degli inefficienti guanti a cinque dita e provo a darmi sollievo stringendo i pugni o intrecciandoli. Ale, impressionato dal colore bordò, insiste per cedermi le moffole così ci infilo le mani, ma il gran tepore al loro interno rende insopportabile la ricapillarizzazione e le denudo ancora dai polsi alle unghie. Intanto Beno suggerisce di sopprimermi con la picca, così non proverò più dolore. Poco a poco smettono di bruciare e scusandomi per l'attesa possiamo riprendere la marcia. Per precauzione infilo doppi guanti. Gli sbalzi di temperatura, tra ultravioletti rispecchiati e aria gelida ci stanno devastando a nostra insaputa. L'ambiente è tanto incantato quanto ostile, un infinito e candido altopiano desertico: benvenuti nel Mellichgletscher.

Facendo affidamento ai solchi di sci che ci hanno preceduto seguiamo una traiettoria ondulata assecondando i pendii. Aggirando l'ansa successiva contempliamo un angolo di ghiacciaio rimasto svestito dalla neve data la sua verticalità: stalattiti e colonne creano un reticolato di decine di metri. Sembra un pezzo mancante della Sagrada Familia, tessuto vivo. "Un Alien!" Dice qualcuno. Da qui in poi le pendenze si fanno più importanti e intuiamo che il canale di accesso alla vetta, unica difficoltà dichiarata, è prossimo. Incrociamo una coppia di sciatori che scende beata. Prima di affrontare quella che sembra l'ultima rampa attraversiamo un crepaccio in parte sommerso, sfruttando un ponte di neve che si inerpica per quasi due metri guadagnando un ripiano. Per lo stesso scendono altri due sciatori francesi con grande cautela, poi un terzo baldanzoso che compie un salto atletico e disfa parte del tappo di neve. Ci penseremo al ritorno.

Cavallo fa fede al suo nome e tiene duro nonostante lamenta crampi e un ritmo troppo elevato. Gli basta fiatare una ventina di secondi per ripartire di buon passo, e non sospetta che in realtà siamo tutti conciati per le feste e che le pause sono un toccasana anche per noialtri. Contiamo alla rovescia le centinaia di metri, poi le decine che ci separano dal Rimpfishsattel, il plateau alla base del canale conclusivo. Ed eccoci in vista dell'imbocco, marcato dalla presenza di alcune racchette e sci conficcati nella neve. Sembra fatta. Beno ci precede slegato, esausto del tira e molla battendo traccia come un ossesso, perciò mi ritrovo primo di cordata. Occorre concentrarsi per salire all'unisono, sostare e tenere la corda bella tesa nei passaggi più impegnativi. Se da una parte la neve fresca e compatta rende impossibile scivolare, dall'altra rivela roccette irte da arrampicare con le punte dei ramponi mentre mani e picozza ravanano o trovano appigli migliori. Arriviamo a una svolta inaspettata, un sottilissimo traverso (sx) nella neve che richiede di mettere un piede davanti all'altro con estrema cautela, ossia senza ramponarsi le ghette. Diamo la precedenza a un energumeno russo che sta guidando un giovane. Ca va? Bien et vous? Tres bien. Poi tocca a noi. A monte inserisco la picca e nel segmento finale affondo anche la mano libera nella neve, poi usandola per arpionare alcune prese di un gibbone roccioso d'ostacolo al cammino. Raggiunto Beno dall'altra parte mi attacco alla fettuccia disposta attorno a uno spuntone e recupero con un mezzo barcaiolo Ale e Cavallo. Da qui un'altra cengia scavata al cui termine si diparte, dopo una breve dorsale rocciosa, un canale immerso nella neve, esposto se lo si risale dalla groppa spostata a nord, e che proietta sul filo di cresta. A metà Beno colloca una fettuccia ma prima di salire triboliamo con la sosta precedente. Libero, districo, moschettono e siamo pronti. Cerchiamo di essere agili perché la nostra guida ha mal di testa e non vogliamo giocarcela. Saliamo tutti e quattro in conserva. Non appeno vedo strati affilati di pietra nera li saggio per salire con più sicurezza ed evitare di nuotare. In cima un chiodo a t è saldamente cementato alla roccia e il primo di cordata decide di attrezzare una sosta, sembra provato. Una cordatina francese giunge allo stesso punto. Si litiga a chi è più cortese, alla fine la spuntiamo e diamo la precedenza. Via libera. Quindi Beno gira intorno alla svolta abbandonando il nostro versante e lo udiamo quasi sconfortato: «Placche bagnate!». Mi consolo di essermi divertito abbastanza, disposto a tornare, eppure là dietro viene timbrato il passaggio infido e siamo tutti invitati a salire. Parto. Aggirare il masso soprastante richiede un movimento di equilibrio ancorandosi ad esso, così ne afferro i lati come se tentasse di svignarsela e sposto i piedi di là. Sono sulle placchette. Dietro di me con la coda dell'occhio avverto il grande vuoto di quanto scalato finora, mentre al mattino la cresta si arrotonda pochi metri per poi inabissarsi come una scogliera dei fiordi del nord. Non mi resta che apprezzare la roccia piatta e impercettibilmente fessurata. Con gesti delicati la supero sfruttando ogni misera cavità che il sole mette in chiaroscuro. Seguono gli altri compagni, e comunico con decisione a Cavallo, incerto sul da farsi, che per aggirare il masso deve prenderlo per le maniglie dell'amore. Lo lascio poi nelle mani esperte di Ale. Con pazienza e a suon di corda tesa ci ricompattiamo. Ma dopo avermi recuperato Beno è già oltre, impegnato in tratti di facile arrampicata lungo la cresta tortuosa. Ora lamenta anche nausea. Non faccio in tempo a raggiungerlo che scompare dietro alcune roccette. Vede la croce di vetta a cinque metri così faccio passaparola per galvanizzare gli altri. Una volta in piedi sul dosso scopro che per i cinque metri di ravanata finale bisogna in realtà camminare lungo una suggestiva linea di impronte sul ciglio della montagna. Ale indomito chiede se siamo ancora in conserva mentre Cavallo, come rivelerà poi, si sta chiedendo se è previsto anche il ritorno da questa avventura. Lancio un'occhiata a Beno e vedo che fa passare la corda direttamente intorno alla croce di vetta. Mi volto e annuncio la buona novella, "Gesù in persona ci sta assicurando!"

Una volta radunati sotto croce ci scambiamo i complimenti e guardando Cavallo non possiamo esimerci dal riconoscere che per lui è stato un battesimo di fuoco. Scoprirò in seguito che lo è stato anche per me, dovendo riparare le croste e la pelle desquamata della fronte con creme varie. La vetta intanto costringe a disporsi in fila come al cinema. Ma non ci godiamo il panorama. Leggo la targhetta col nome della cima per imparare a pronunciarla, mentre Beno estrae una mela e ne divora una parte offrendola come una preda fresca ai compagni. Nella fretta di tornare al plateau Rimpfishsattel scattiamo al volo la foto con Alfredo Corti, rammaricandoci di non aver scattato nulla in cresta, e cominciamo la discesa senza ulteriori cerimonie. Ale attrezza di volta in volta le soste mentre Beno, devastato da mal di montagna o da virus passeggero che sia, ci cala dall'alto col mezzo barcaiolo. Con lo stesso nodo lo recuperiamo mentre scende: non è la maniera più sicura o civile - di certo la più adrenalinica e celere - ma raggiungere la base del canale e dare tregua alla nostra guida acciaccata è l'imperativo. In men che non si dica siamo ai traversini, in seguito ai quali Beno toglie le briglie, lasciandomi la corda da legare a tracolla, e si fionda giù per i 45 gradi del pendio fino al comodo plateau. Ci ritroviamo dopo alcuni minuti:è accucciato a riprendersi.
All'improvviso un alito di vento si prende il mio urinari dalla testa e lo spedisce ad oriente, così accenno un passo per inseguirlo. Inutile, ormai è scomparso nel baratro pur di farsi il terzo ghiacciaio di giornata, l'Adler. Ultimi a scendere dalla montagna, commentiamo straniti, dato che un paio di sci sta ancora conficcato lassù, in attesa di essere recuperato dal proprietario. Io ne ricordo addirittura uno solo.

Inizia la parte più faticosa della giornata. Chi va davanti? Ale prende le redini, Beno in fondo. Scendiamo concedendoci molte pause. La neve s'è ammollata al punto da rendere preferibile l'ascesa mattutina. In principio l'allontanamento è sopportabile, però, quando non abbiamo né la voglia né la forza di estrarre la macchina foto dallo zaino per riprendere le copiose slavine sul versante ovest del Rimpfishhorn, capiamo di essere allo stremo. Anche sull'energia di un clic si risparmia. Continuiamo per mezz'ore interminabili, beviamo e ogni tanto ci leviamo uno strato. Su indicazioni di Beno, Ale ed io leggiamo attentamente la via del ritorno per evitare i dislivelli inutili dell'andata. Di nuovo ai 3556 metri del passo Allalin soffia una bora familiare. Ale suggerisce di mettere la giacca antivento ma ci illudiamo di poterci riparare appena sotto la sella. Duecento metri più in basso l'aria non dà tregua. Seguiamo il consiglio del nostro chef e belli imbardati riprendiamo una lenta processione.  Si affonda e quando la neve si fa solida, all'ombra della parete dell'Allalinhorn, la parvenza di sollievo e il ricordo di come si cammina svanisce nella pozzanghera successiva. "E' una campagna di Russia!" commenta Beno. Cavallo prenota alcune preziose pause da mezzo minuto e in una di queste vedo Ale appoggiarsi ai manici delle bacchette. Mi rendo conto che è stravolto e abbiamo già superato metà della strada per il nostro bivacco. Gli dò il cambio. Trovare un ritmo costante è arduo e dopo un'altra infinità di tempo scorgiamo le tende, anzi la tenda. Ale con occhi di falco si accorge che una è sparita dal nostro promontorio innevato e la individua nella scarpata di sfasciumi sottostante, dove abbiamo cenato la sera prima. Saranno saltati via i picchetti allo sciogliersi della neve in puciacca, e a questo ritmo distiamo oltre un'ora. Il sole sulla via del tramonto batte le nuche e mostra le nostre ombre claudicanti. Più tardi ci abbassiamo a sx in una depressione crepacciata, nascondendo allo sguardo lo stato dell'accampamento che Eolo sta usando come aquilone. Risaliamo una manciata di metri e ci spostiamo definitivamente sull'asse est ovest, in prossimità del campo base di cui sappiamo essere volata via la metà. Ci sleghiamo, saltellando su due macereti emersi dalla neve insieme agli ometti che segnalano per la Britanniahutte. Sorpresa! Anche l'altra tenda è volata via. Troviamo orme e una catasta di vari oggetti e sacchetti. Qualcuno ha avuto la gentilezza di raccogliere il possibile? Ci dividiamo in due squadre per recuperare le tende. Per fortuna gli involucri interni hanno retto e in venti minuti riusciamo ad impacchettare la roba. Nulla è rotto né perduto. Solo noi stolti rischiamo di esserlo, e come muli divalliamo appesantiti sugli argini morenici. Mille metri ancora. A valle la ferrea memoria di Beno ci conduce nell'alveo del torrente glaciale dove riassaporiamo vera acqua, buonissima, e riposiamo scherzando sull'avventura ormai giunta al suo termine. Ripresa la via Beno ha anche recuperato un pò di salute e dignità, così allunga il passo e scompare più in là, in direzione della macchina. Cavallo è sicuro che voglia allestire un rinfresco e non viene smentito. Al nostro arrivo il baule è aperto, la scala-tavolino brevettata da Beno imbandita, e i nostri occhi brillano alla vista di patatine, salumi e formaggio, dimentichi per un istante della lunga strada da percorrere al volante, e del traghetto di mezzanotte che ci aspetta a Intra. Dovendo assolutamente recuperare i sali e l'alcolismo di questa due giorni stappiamo due birre e in un brindisi l'aperitivo è servito.



I pizzoni di Laveno dal traghetto Laveno-Intra.

Gipeto sopra la diga Mattmark.

Salendo sul cordolo della vecchia morena dell'Allalingletscher.

Il nostra accampamento.

La cena.

Il cielo stellato sopra lo Strahlhorn.

Verso l'Allalinpass.

Nebbia avviluppano lo Strahlhorn.

Una regolatina ai ramponi all'Allalinpass.

Sul ghiacciaio di Mellich.

A m 4000, verso l'edificio sommitale del Rimpfischhorn.

Lungo il canale.

A metà del primo canale.

Quanti 4000!

Dal canale si esce su una stretta cengia.

Alla quale, dopo una selletta, ne segue una seconda, poi si arrampica per qualche metro su roccette e si esce su un nuovo canale.

Ai m 4199 della vetta.

domenica 31 maggio 2020

Pizzo di Prata dal canale Buzzetti


Il Pizzo di Prata sembra un tabù da sfatare, la montagna che viene giù, dove è facile smarrirsi o quella dei tanti che non sono tornati. Così gli oroscopi locali sono diventati moniti e questi a loro volta sono stati tramandati nelle relazioni come uno scherzo. Tanto che alcuni hanno smesso di parlarne o addirittura certi valchiavennaschi di primo pelo non sanno indicarlo dal loro paese e menchemeno sulla carta. Eppure è il cuore della valle, che lo affianca sulla sinistra orografica. Da sud appare tozzo e imponente, da Voga o dalla Val Ladrogno slanciato, mentre da nord s'inarca come per inghiottire la Val Schiesone sottostante, noi compresi: da qui abbiamo iniziato a seguire le orme di Don Buzzetti, noto primo salitore e prematuramente scomparso parroco di Uschione.


La val Schiesone e il nostro itinerario visti da S. Antonio di Mese.



Partenza: Prata Camportaccio, chiesa di Sant’Eusebio (m 352).

Itinerario automobilistico: dalla rotonda di Dubino si prende la SS 36 in direzione di Chiavenna (N). Dopo una galleria si sbuca a Verceia (3 km), paese ubicato allo sbocco della valle dei Ratti. La successiva galleria “Monti di Campo” conduce a Campo (4,8 km) e Novate Mezzola (5,8 km) sopra cui è l’accesso sospeso della val Codera. Sulla sx nei pressi della stazione vi è lo scheletro della dismessa acciaieria Falck, mentre, procedendo, sulla dx sfila l’alta parete della Motta di Avedée. Costeggiato il bacino del Pozzo di Riva, si entra nel comune di Samolaco (8,2 km). Sulla dx scorrono intanto le selvagge valli del versante meridionale del pizzo di Prata. Colpisce per estensione del prato e dei campi attigui la Cascina Bodengo, un verde sipario all’alta cascata della Pisarotta. Ecco la frazione Somaggia, che una fascia coltivata divide dalle prime case del comune di Prata Camportaccio. Sul lato opposto della Valchiavenna la torrre di Segname e il piramidale Pizzaccio vigilano il passaggio. Dopo 14 chilometri dalla rotonda si è nella frazione San Cassiano. Si prosegue per Chiavenna finché, già in vista del pizzo Stella e del pizzo Galleggione, superato il ponte sullo Schiesone, il cartello “Prata Camportaccio” anticipa l’uscita sulla dx (18,2 km). Si segue via Alfonso Guidi. Dopo 400 metri, già in vista della chiesa parrocchiale, al crocevia si sale dritti (via Balzòo) fino al parcheggio del campo sportivo attiguo alla parrocchiale di Sant’Eusebio (19 km). In zona è possibile giungere comodamente anche in treno grazie alla linea Colico - Chiavenna.

Itinerario sintetico: chiesa di Sant’Eusebio (m 352) - Dona (m 433) - Lottano (m 654) - Pradotti (m 1050) - Belvedere (m 1212) - Curlegia (m 1258) - rifugio del Biondo (m 1322) - - bocchetta alta di Schiesone - punta Buzzetti - bocchetta alta di Schiesone - pizzo di Prata (2727) - croce di Matra - Pratella (m 1049) - Stovano (m 700) - chiesa di Sant’Eusebio (m 352). Tempo di percorrenza: 5:30 ore. Attrezzatura richiesta: scarponi.

Difficoltà/dislivello: 4.5 su 6, circa 3000 m.

Dettagli: alpinistica PD. Passi su roccia, anche friabile, fino al III grado e pendii nevosi fino a 45°. Itinerario molto lungo e spesso difficile da trovare, specialmente in discesa.

Mappe:  Valchiavenna. Valle Spluga - Val Bregaglia, 1:25000, edita da Sete e distribuita da Beno Editore.





Dopo aver campeggiato nei pressi di Dona (meno di 10 minuti di cammino sopra la chiesa di Sant'Eusebio), svuotata la thermos di caffèlatte, alle 6.00 imbocchiamo la mulattiera per il Biondo, rifugio adibito alle feste che si trova nell'ultima manciata di baite della valle. Beno riferisce di resoconti fantasiosi che parlano di forte esposizione nell'ultimo tratto, ma non vi sarà traccia di precipizi, se non quelli che i fumi dell'alcol potrebbero creare. Tutt'al più conviene camminare in fila indiana e aver un unico timore: le zecche. La via si snoda attraverso una serie di boschi, prati e antiche frazioni, che per quanto affascinanti e talvolta molto curate, con tanto di vialetti lastricati e aiuole in fiore, svoltato l'angolo trovano i sentieri disseminati di insidie invisibili, se non fosse per le braghe bianche indossate appositamente da Beno. Ad ogni controllo delle caviglie i parassiti vengono individuati. Vuoi l'incuria degli ultimi mesi di pandemia o il clima sempre più caldo l'erba pullula di zecche e ci troviamo costretti ad abbandonarla continuando sui tornanti della carrozzabile che serve le località Nirola, Pradotti e Belvedere. Ai lati della strada è pieno di fragole selvatiche grosse come lamponi, non passa proprio nessuno per di qua. Una volta ripreso il sentiero e superata qualche cascina isolata prendiamo fiato sul lungo e pianeggiante traverso che ci deposita al rifugio il Biondo, quota 1322 metri. Qui Beno si mette a sperimentare le sue abilità da pilota col drone, per scattare delle foto. Stando fermi l'umidità che fino a quel momento ci ha fatto procedere senza maglietta costringe a ripartire infreddoliti e coperti. Ancora un'ansa e ci attende un ripido pendio, dietro il quale provengono belati di capra. La testata dello Schiesone ci sovrasta e Beno aspetta l'occasione di virare a destra per avvicinare la base del canale Buzzetti, linea di congiunzione fra l'omonima punta, una vertiginosa sequenza di strapiombi e pinnacoli, e la parete nord del Prata, un labirinto di cenge e placche. Quando l'ambiente si fa più brullo, e salutiamo un larice solitario, senza più indugio tagliamo in quella direzione, evitando che una costola della montagna costringa a ridiscendere. Nelle vicinanze sorge un ricovero per pastori con stalla annessa, un lusso! esclama Beno. Le capre ci precedono ma al primo contatto affrettano il passo, attraversando la pietraia alla base del nevaio per poi approdare a un poggio panoramico. Il tutto ripreso dal drone per poi scoprire che la registrazione non è partita. E' il momento di portarci sul fondo del canale e armarci di ramponi e picozza. La neve ha una crosta gradevole, e gambe permettendo siamo lanciati verso l'alto, zigzagando poco e pregustando il panorama sulla Valcodera. D'un tratto un sibilo crescente prorompe dalla nord del Prata, e per un istante mi aspetto di vedere uno squarcio nella parete. Mi volto di scatto ma niente, c'è solo Beno che dice di mantenere quel fianco e che del materiale è caduto nella neve in una valletta accanto. Nonostante siamo disallenati aumentiamo l'andatura. Esplode un secondo fischio, simile a un tuono attutito dalle cavità della montagna. Inquietato cerco stupidamente il pericolo con lo sguardo anzichè allontanarmi per precauzione, ma di nuovo non vedo nulla. Presto, ad un decisivo incremento di pendenza, ci lasciamo alle spalle la tetra base della nord, mentre la scighera sta riempiendo il canale sopra e sotto di noi. Come se non bastasse ad incupire gli animi Beno commenta che sembra di entrare nella porta dell'inferno. I 40 gradi dello scivolo che stiamo risalendo si fanno sentire: tra scarsa visibilità e polpacci infuocati decidiamo di non immortalare nessuno sprint finale col drone. Sbuchiamo dall'altra parte quando oramai le nebbie avvolgono le cime e invadono le valli circostanti. Un traversino su un ponte di neve solida sul fianco orientale ci regala un facile pendio e finalmente siamo sulla Punta Buzzetti. Noto l'assenza di un ometto e mentre ne costruisco una miniatura ci accorgiamo che la catasta di granito e gneiss sommitale vibra a ogni passo e dentro è cava. Muovendoci con cautela giochiamo nuovamente col drone e scopriamo la bellezza delle voragini che ci circondano. È soltanto un antipasto al Pizzun, quindi dopo un boccone e un sorso d'acqua ritorniamo alla bocchetta, diretti alle placche che si susseguono verso l'anticima del Prata, incorniciate da radi e appassiti ciuffi. Troviamo però un ostacolo, una muraglia di quindici metri semi marcia, alla cui metà scende una corda sfibrata in più punti. Beno la risale in arrampicata finché gli appigli sono solidi poi non fidandosi della parte successiva si defila sulla sinistra per aggirare l'ultimo dosso, muovendosi come un bradipo e sfruttando una sottile cengia erbosa. A ruota giungo al punto di svolta ma lì vengo bloccato dalla voce di Beno, che valuta se buttarmi una corda dall'alto, visto che non me la sento di passare dalla quarantena a fare l'equilibrista su quella strisciolina d'erba. Da commedianti provetti ci rendiamo conto che la corda è nel mio zaino. Accantonando l'idea di disarrampicare, e perdere tempo prezioso per aggirare la parete, testo la corda. Infatti i due metri di fune restanti, fino allo spuntone di assicurazione sono ancora integri. Procedo in salita scegliendo con cura gli appoggi per i piedi, gli appigli per la mano destra e tirando lievemente la corda con la sinistra. Giungo in cima trafelato e sorrido ai 200 metri di dislivello finali. Un pò frastornato dai dieci minuti appena trascorsi mi ricompongo, in attesa del passo da III esposto, segnalato a Beno da un amico che ha suggerito l'intero itinerario. Scollinando per primo, mentre il compagno di gita è rimasto indietro dopo essersi recato ai servizi, mi fermo, ammaliato dalla vista. Qui giunge la seghettata cresta orientale dalla Valcodera di cui dobbiamo percorrere circa centocinquanta metri. Nel viavai di banchi di nebbia sotto un cielo perennemente bianco, distinguo la croce di vetta, è vicinissima. Cedo il passo all'apripista che nota dei fittoni cementati, e seguiamo tranquillamente il filo finché ci si para davanti la tanto attesa breccia, o meglio, un piccolo gendarme che ricorda tanto il cavallo di bronzo del Disgrazia, con l'unica differenza che non invoglia a passarlo di lato: bisogna cavalcarlo. Beno si porta agilmente su un primo ripiano da un metro quadro quindi dopo una studiata veloce punta gli scarponi, cambia tacca, e si issa, è già di là. Dopo una sola occhiata al vuoto che c'è al mattino della montagna, decido di ignorare cosa c'è dall'altra parte, lo so bene. Raggiunto il comodo davanzale trovo subito gli appigli per le dita e mentre piazzo il primo piede colpisco la roccia col ginocchio ma prima di avvertire dolore ho già archiviato la sola difficoltà tecnica della giornata. È fatta, in un minuto ci spianiamo nei pressi della croce di legno dedicata all'alpinista don Buzzetti, mangiando, sonnecchiando sotto uno spiraglio di sole. Ovviamente sguinzangliamo di nuovo la bestia elettronica volante. Poltriamo decisamente troppo. Infatti appena comincia la discesa dalla normale un nemico finora sottovalutato ci rende ciechi. La foschia, continuamente alimentata dal fondovalle e ammassata da forti correnti d'aria, nasconde la via sul versante sud, e ci troviamo costretti a scendere a spanne, in cerca della Porta. Prima va avanti uno poi se compare un ometto richiama l'altro, finché Beno, dopo aver scambiato certi spuntoni di roccia per viandanti, si avventura in un vallone celato alla vista. La comunicazione si riduce a delle eco che si sovrappongono, e anche se siamo in due, come da effetto previsto sembra che ognuno urli a sé stesso. Spostandomi più in basso vedo tracce di passaggio animale, credo persino di sentire dei campanacci, così lo annuncio con convinzione: la Porta è vicina! Assecondando quanto udito, Beno scorge sul limitare della nebbia quelli che potrebbero essere i segni dell'Alpe Sparavera. Annuisco senza distinguere un singolo muretto. Di lì a poco, ancora dubbiosi e disorientati, troviamo lo sbocco del nostro canyon, e seguendo rigoli d'acqua e cumuli di rottami compaiono dei rassicuranti bolli rossi, poi una catena e resti di nevaio che evitiamo per non cadere nei buchi ai suoi lati. Ci abbassiamo fino a intravedere una selletta d'erba  di fronte, guadagnata l'anno scorso in un fallimentare tentativo di raggiungere la cima, dopo aver perso ripetutamente la via. Giunti in fondo superiamo un vallone torrenziale perpendicolare al nostro, forse quello esplorato da Beno qualche centinaio di metri più sopra. Manteniamo la quota tagliando per ginepri e rododendri fino al punto di mia conoscenza, quindi scendiamo decisi giù per una macchia di maloss, utili per aggrapparsi se si incontrano dall'alto, e dopo l'ennesimo greto di sfasciumi comincia un saliscendi nella boscaglia più selvaggia e dimenticata della montagna. I bolli rossi compaiono soltanto dopo aver rinvenuto il sentiero tra gli arbusti e la fitta vegetazione. Per fortuna ricordo ogni cul de sac della volta precedente. Ci nutriamo di biscotti all'ombra di un possente abete quando mancano ancora 1800 metri di dislivello negativo. Una volta sbucati sulla dorsale ovest, prossimi alla croce di Matra, arrivare alla prima fonte d'acqua per sciacquarsi la faccia e la faringe diventa questione di primaria importanza. Prendiamo a corricchiare attutendo la forza di gravità e oltre dieci kili di zaino e mettendo in fuga delle pecore. Abbiamo il nostro corteo fino a Matra dove arrivo stremato, tanto da mimare la mia crocifissione. Beno traffica ancora con la macchina fotografica, secondo me vuole solo riposarsi, così lo rincalzo dicendogli che in mezz'ora saremo a Pradella e in un'ora a Prata. Inizia una folle corsa nella pineta. Ora le spennellate bianche e rosse abbondano. Arrivati alle case e ai magnifici prati a quota 1000 metri facciamo la scorta di acqua come cammelli e camminiamo dando tregua alle ginocchia, poi di nuovo a rotta di collo giù per gradinate intersecando la strada asfaltata. Stavolta annebbiati nella mente, sbagliamo sentiero finendo in un accesso ad una cascina privata. Non demordiamo e ripresa la discesa nella selva confido a Beno che in tutto quel sottobosco rivoltato ci tireremo addosso la piaga già scongiurata al mattino: zecche in quantità. Di ritorno al tornante troviamo dei pannelli a conferma che il bosco ne è pieno, infatti ne eliminiamo una per gamba. Non c'è altro da fare, per tornare alla civiltà incolumi seguiamo la strada, e una volta recuperata la macchina ci accorgiamo di essere a pezzi, le gambe tremano, la schiena segnata e spellata qua e là dallo sfregamento dello zaino insieme all'opera del sudore e del vento: il prezzo da pagare per arrivare in tempo a cena.

Lottano.

Lo spettro della punta Buzzetti dalla strada per Pradotti, presa al posto del sentiero per evitare d'essere sbranati dalle zecche.

Il pizzo di Prata si libera dalle nebbie.

Ginestre e pizzo di Prata.

Pra Baffone e il rifugio del Biondo.

Pra Baffone dall'alto.

Su per il canale Buzzetti.

Su per il canale Buzzetti.

Su per il canale Buzzetti nel tratto più ripido.

La bocchetta alta di Schiesone.

La punta Buzzetti.

Punta Buzzetti, vista aerea.

Punta Buzzetti, vista aerea.

Pizzo di Prata: la paretina NE.

In vetta al pizzo di Prata.

In vetta.

Chiavenna dalla vetta.

Scendendo lungo la cresta occidentale.

Lungo la cresta occidentale.

Il canalone del Portone.

Alla croce di Matra.

"Se questo è un uomo"

Nelle radure sopra Pradella.