giovedì 1 agosto 2019

Traversata del Cervino (Matterhorn, m 4478)

Il Cervino, versante S con la via normale italiana. Il rifugio è Duca degli Abruzzi.. non di Aosta. Chiedo perdono.
Non vi sono dubbi: il Cervino (per gli svizzeri Matterhorn, per altri il Picco Solitario) è la più bella e ambita montagna delle Alpi. Una slanciata piramide che svetta senza alcun rivale nei paraggi, il cui vertice è formato da due cime collegate dall’esile cresta su cui corre la linea di confine tra Italia e Svizzera. I suoi fianchi sono 4 altissime pareti orientate esattamente come i punti cardinali: la N che sovrasta Zermatt, la E che domina il ghiacciaio del Goner ed è l’unica ad essere stata sciata (prima discesa effettuata da Toni Valeruz il 14 maggio 1975), la S rivolta a Cervinia e infine la O che guarda la Dent d’Hérens. I quattro versanti sono individuati da altrettanti spigoli: a NE sale la cresta dell’Hörnli, il punto debole della montagna, lungo la quale corre la via normale svizzera; diametralmente opposta è la cresta SO, detta cresta del Leone e su cui si svolge la più impegnativa via normale italiana; in ordine di difficoltà crescente vi sono quindi a NO la cresta di Zmutt e a SE la cresta del Furggen, la cui ascensione offre passaggi fino al V+ e tratti di ghiaccio che ne fanno valutare la difficoltà come TD, ovvero tecnicamente difficile. Non è che le valli ai piedi del Cervino siano prive di interesse, ma al suo cospetto tutto passa in secondo piano: nessuno è capace di puntare lo sguardo verso il basso quando lassù c’è sua maestà! Così anche chi si interessa di questi luoghi finisce per ricordare solo l’immensa piramide e le storie degli uomini che han tentato di violarne i fianchi o che ne hanno declamato la bellezza. Nelle Alpi il Cervino fu la montagna che resistette al maggior numero di attacchi prima di essere salita. Se lo contesero alpinisti di fama internazionale, che per anni vennero puntualmente respinti. Ciò accrebbe l’accanimento e la rivalità tra i gruppi di assalitori. Ma anche quando, finalmente, un manipolo di uomini piantò il proprio vessillo sulla vetta, illudendosi d’aver vinto la battaglia col Picco Solitario, questo se li scrollò di dosso e così una stupenda catastrofe - per citare un incisivo ossimoro di Felice Ferrero - oscurò il primo successo.


La traversata del Cervino vista pochi giorni fa dalla Dent Blanche.



È possibile ancora salire per le sue due vie normali il Cervino da "óm"? Devo essere sincero: no! Canaponi, scalette e mille agevolazioni messe principalmente per alimentare l'industria turistica del Cervino hanno cancellato ogni speranza di ritrovare nella montagna il fascino che ha accolto i primi salitori. Oggi le vie normali al Cervino paiono per lunghi tratti delle affollate ferrate in alta quota.
Così, giusto per inserire un po' di etica alpinistica alla nostra esperienza decidiamo di approcciare la montagna senza l'uso di funivie e rifugi: saliremo per la cresta del Leone, attaccandoci anche (non era inizialmente nei nostri piani) la Testa del Leone, e scenderemo per quella dell'Hörnli. Il tutto con partenza e ritorno a piedi a Cervinia e in giornata. È un giro lunghissimo (ci ha preso, a causa anche di sfighe meteorologiche, 26 ore filate!), specialmente alla luce del fatto che sul Cervino non sono mai stato e non mi sono molto documentato su dove è meglio passare. Non si tratta solo di una mia negligenza: per gli alpinisti moderni la traversata è imprescindibile dalle funivie e/o dall'utilizzo di due auto. Pertanto le informazioni su come chiudere l'anello a piedi scarseggiano e anche noi dovremo improvvisare. 


Partenza: Cervinia (m 2006). 

Itinerario automobilistico: all'altezza di Chatillon si abbandona la A5 della Valle d'Aosta e si prende la SS406 verso N fino al suo termine, cioè Cervinia. Vi è possibilità di parcheggio gratuito nel piazzale della funivia per Plain Maison.

Itinerario sintetico: Cervinia (m 2006) - rifugio Duca degli Abruzzi all'Oriondé (m 2802) - croce Carrel - Testa del Leone (m 3713) - colle del Leone (m 3578) - rifugio Carrel (m 3835) - Pic Tyndall (m 4239) - vetta italiana del Cervino (m 4477) - vetta svizzera del Cervino (m 4478) - bivacco Solvay (m 4003) - Hörnlihütte (m 3262) - stazione degli impianti Hirli (m 2775) - ponte a m 2677 - Furggsee (m 2872) - Testa Grigia (m 3479) - Theodulpass (m 3269) - Cervinia (2006).

Tempo richiesto: circa 26 ore. Quelle che abbiamo impiegato noi, pur con un errore di percorso che ce ne ha fatte buttare via due, ma che abbiamo recuperando aumentando l'andatura.

Attrezzatura richiesta: scarponi, ramponi, piccozza, casco, 3 friend di media misura, cordini, corda (60 m), 4-5 rinvii, discensore, una scorta di acqua di 3 litri a testa, guanti robusti per canaponi e catene.

Difficoltà:  5.5 su 6.

Dislivello in salita:  oltre 3500 metri.

Dettagli: D+. Benché le due via normali siano attrezzate ed in arrampicata libera non offrano passaggi superiori al III grado, l'impegno muscolare è notevole, come anche la lunghezza complessiva delle creste e l'esposizione. Bisogna prestare particolare attenzione al possibile vetrato e scongiurare i temporali. L'affollamento delle creste è notevole e questo potrebbe causare pericolosi rallentamenti. Qualche crepaccio sul Theodulgletscher.

Il nostro percorso, ad eccezione dell'errore sulla Furggsattel. © swisstopo.ch


Di relazioni sul Cervino ne è zeppa l'aria, tante così precise da essere pedanti nel voler dare un nome e una descrizione ad ogni passaggio. Vi racconterò perciò solo la nostra giornata, durata 26 ore di marcia, in cui abbiamo salito la montagna più ambita delle Alpi partendo e tornando a piedi a Cervinia. Perdonatemi tutti gli errori di battitura, ma sto confezionando il nuovo numero de LMD e non ho il tempo di rileggere il testo.


Il Cervino, ovviamente, è il simbolo della Valtournenche. Lo testimonia la sua riproduzione al centro della rotonda allo sbocco della valle. Lo spiega l'impressionante scorcio che si ha appena si entra nella valle, quando l'immane picco dà il benvenuto ai viandanti.
Alle 18 siamo a Cervinia. Parcheggiamo nel piazzale della funivia e camperizziamo l'auto, analogamente a tre ragazzi spagnoli che si sono messi a 10 metri da noi.
Il paese è semivuoto. Ed è il 31 luglio. Dovrebbe essere alta stagione.
Mi avevano descritto l'edificazione selvaggia e il detrimento ambientale prodotto dall'abominio edilizio perpetrato in questo antico paradiso alpino. È tutto vero. Orrendamente vero. Ma lassù c'è la vetta del Cervino che gioca a nascondino con le nuvole e monopolizza tutto gli sguardi scostandoli da palazzi e altre brutture. Lui, il Cervino, che di tali brutture è sia l'involontaria causa che l'antidoto.
Du spaghi alla carbonara in un ristorante di cui siamo gli unici avventori e alle 20 siamo già a letto. Abbiamo coperto l'auto con un telo per far buio, ma presto ruspe e mezi d'opera ci negano il sonno.
«Fino a che ora lavorano qui?» mi chiede Alessandro.
Spero smettano, ma quando ciò accade s'inseriscono ragazzi festanti che cancellano parte delle 4 ore di riposo che avremmo potuto goderci.
Sveglia a mezzanotte. Torta e tè caldo che ci aveva preparato Gioia, poi via.
Su per la carrozzabile verso il rifugio Duca degli Abruzzi, tagliando quanti più tornanti possibile grazie al sentiero 31. Le stelle in cielo ci accompagnano e fino al parallelepipedo di cemento del Mont de l'Eura non c'è anima viva. Qui due cani incazzosi ci sbarrano il sentiero e abbaiando ci suggeriscono l'opportunità di proseguire sulla strada.
Un paio d'ore di marcia ed eccoci al rifugio Duca degli Abruzzi. Le luci sono accese, mentre vari frontalini, più in alto, sondano la montagna alla ricerca del sentiero per il colle del Leone.
Gli andiamo incontro, senza però mai raggiungerli.
Il sentiero è piuttosto evidente. Ma alle 3 del mattino è pure piuttosto scuro e ciò ci porta a perderlo alcune volte e a forzare passaggi su roccia.
A m 3500 però sbagliamo completamente strada e, ai piedi delle rocce della Testa del Leone, anzichè traversare a dx nel canalone a S del colle del Leone, ci arrampichiamo dritti a N (passi di II e III), arrivando in cima alla Testa del Leone (m 3713, ore 4:30).
Vediamo le luci degli altri escursionisti a picco sotto di noi , ma anche quelle di chi sta già muovendo verso la vetta del Cervino. Proviamo pertanto a scendere per parete e cresta fino al colle, ma l'ultimo salto di rocce non ci lascia passare. Buttar giù una doppia col buio è da incoscienti: se la corda non bastasse rimarremo appesi! Così torniamo in vetta e riscendiamo per rocce e cenge la parete S fino al bivio mancato.
Rischiara e ora vediamo bene il tracciato! Poca fatica ed ecco il colle del Leone (m 3378, ore 0:45), dove ci gustiamo un'alba colorata sulla prospiciente Dent Blanche: che fantastica montagna.
Qui ci leghiamo e attacchiamo la Cresta del Leone. Roccia tutto sommato soda, passi di arrampicata libera fino al II+ e canaponi laddove l'ingaggio sarebbe stato maggiore. Ai piedi del rifugio Carrel (m 3835, ore 1:30) vi è un salto verticale di una decina di metri dove issarsi sul canapone è assai faticoso. Credo sia il passaggio più impegnativo dell'intera traversata.
La puzza di merda circonda il rifugio. È talmente nauseante che non ci fermiamo manco un secondo. Su per corde fisse e canaponi, aggiriamo da dx l'alto gendarme che lo sovrasta. In lontananza ecco alcune cordate impegnate nella salita.
Già al Pic Tyndall (m 4239) le abbiamo recuperate. Stiamo procedendo in corserva corta con 4 metri di corda. Procediamo lentamente, ma inesorabilmente, per cui siamo molto più svelti delle altre cordate che nei punti più difficili o esposti fanno tiri di corda.
Oltre il Pic Tyndall la cresta spiana e piega a sx, interrotta da un paio di brecce. L'esposizione sia sulla parete O che su quella S è molto forte, pertanto superiamo velocemente alcune cordate lente. Lo facciamo sempre curando di non esser loro di intralcio o di metterli in difficoltà.
Su rocce sporche di neve e ghiaccio, mettiamo piede sull'edificio sommitale del Cervino. Traslando prima a dx, poi a sx siamo a un canapone molto ripido. Anzi un doppio canapone. Sta scendendo gente in corda doppia, così per non rompergli le palle, uso la linea di sx. Arrivo in sosta, Ale mi raggiunge e aspettiamo che la scala Jordan, agevolazione per superare una placca strapiombante di 10 metri, si liberi.
Urlando e sgomitando giunge in sosta una giovane guida alpina di Cervinia con un cliente cinese. Senza chieder nulla si arroga il diritto di precedenza e mi tiene una lezione non richiesta su come si va in montagna e sull'inadeguatezza della mia progressione. Non rispondo e spero che Ale non se ne dia del suo terrorismo, del suo sostenere che il mio compagno non è in sicurezza. In poco tempo arriva pure un suo collega, anch'esso con cliente cinese, che gli fa eco. Hanno ragione sul fatto che non vesto il casco, ma essendo che col casco mi vien subito mal di testa, dove non vedo pericolo che mi caschi qualcosa in testa cerco di levarlo.
Non rispondo però a nulla, ma mi limito a volgere lo sguardo verso Ale e traguardando la corda che ci lega, lo riguardo in faccia. In effetti nota anche lui che abbiamo messo una protezione ogni due metri e ammette che non è poi tutto sbagliato, pur aggiungendo che si potrebbe fare di meglio.
Mentre chi ci ha preceduto in vetta si sta calando, la guida giovane veste i panni del Cristo pantocratore elargendo suggerimenti e benedizioni abbastanza ad minchiam, poi dall'alto di chi predica bene ma razzola in scarpe da ginnastica per fare prima, sale la scala Jordan di slancio contravvenendo a tutte le disposizioni che mi aveva appena dato. Del resto lui è un super uomo e tutto può. Io mi limito a sfoggiare la mia serafica capacità di non cedere alle provocazioni degli sbruffoni.
Non pago, quando è un metro e mezzo sopra di me, il top climber esclama «Se poi provi a cadermi in testa m'incazzo!»
Inizialmente resto basito perchè non so come potrei cadere quando sono aggrappato a un canapone, ma inoltre non so come potrei cadergli in testa essendo lui sopra di me! Così gli accenno questa seconda osservazione sulle nostre reciproche posizioni, giusto per tranquillizzarlo e non farlo sentire in pericolo.
Sparito sopra la scala Jordan recupera il cliente, invitandolo in inglese a non arrampicare perchè sul Cervino non si arrampica, ma si tirano i canaponi. Tutto ciò che dice lo inserisce in una lunga teoria di complimenti rivolti al cliente, descrivendolo come un fico da paura, con un tono tanto concitato da far passare il povero Chan per lo zimbello della montagna.
Parte anche la seconda guida che s'invola, poi issa il cliente.
Sto congelando: mezz'ora fermi per uno ius primae cordae che nel medioevo dell'industria del Cervino è una regola che va accettata pur non essendo scritta da nessuna parte.
Non aspetto nemmeno che il secondo cliente sia partito che mi metto a ruota e séguito con Ale nella nostra conserva corta, dovendo attendere a ogni sosta che le guide ripeschino i clienti.
Arriviamo in vetta assieme alle due guide, o meglio poco oltre la vetta italiana del Cervino (m 4477, ore 4:30) dove è installata una storta croce in ferro. Sono le 10:45.
Un frettoloso quanto esagerato elogio della bravura dei clienti, alcune foto con il segnacolo, la promessa di pubblicazione su Facebook.
«La prossima volta metti dentro qualcosa», torna a beccarmi la guida che fino ad ora era parsa la meno petulante.
«20 € bastano?», ironizzo per far capire di cambiare approccio.
«No, lo dico per voi.», insiste.
«Ho solo un pezzo da venti, non ne ho di quelli rossi!» ribadisco per far cambiar quel disco che par essersi incantato contro chi sale senza guide.
«Da dove venite?»
Finalmente una domanda amichevole a cui rispondo per non sembrare lo spaccone di turno.
«Da Cervinia.»
«Da Cervinia? Quando siete partiti?»
«A mezzanotte e mezza, ma poi ci siamo fatti involontariamente pure la Testa del Leone.»
«Questi hanno le gambe buone» dice alla guida più giovane, poi continua:
«E ora dove andate?»
«Scendiamo dall'altra parte, poi torneremo a Cervinia.»
«Sticazzi, pure noi siamo partiti da Cervinia, ma abbiamo risparmiato un po' di fatica con la jeep fino al rifugio!»
La tensione si è sciolta. Ne approfitto per alcune domande.
«Come facciamo a tornare a Cervinia dall'Hornli passando per il bivacco Bossi?»
«Non passate di lì! La E scarica di pomeriggio. Scendete agli impianti e prendete la funivia.»
«La funivia non è un'ipotesi che contempliamo, vogliamo chiudere l'anello a piedi.»
«Sticazzi! Allora dovete andare sul Plateau Rosa, ma è lunghissima.»

«Forse hanno capito che eravamo noi quelli di fretta» dico sottovoce all'Ale.
La guida più giovane poi, in italiano, si lamenta con l'altra di uno stronzo aveva fatto notare a un cliente che questa non è la cima più alta, ma è quella svizzera, collegata da una cresta di neve a questa e pertanto non raggiungibile senza ramponi. Pertanto il cliente si era risentito per non averla toccata.
Per fortuna i ragazzi cinesi non capiscono i discorsi e non si pongono tante domande sulla topografia.
Ci salutiamo ricevendo un consiglio utile: quello di calzare subito i ramponi. La cresta svizzera è infatti innevata. Perciò li ringrazio e, atteso un alpinista solitario che si presta a scattarci la foto di vetta, ci facciamo ritrarre con la rivista in mano (copertina con Corti che all'alba dei 70 aveva fatto questa traversata!) e la maschera da porco in testa.
Via sulla cima svizzera, che tocchiamo in 5 minuti, tra l'impressionate vuoto delle pareti che sorreggono l'esile lama nevosa. C'è troppo casino in vetta, così scendiamo a manetta per non restare imbottigliati, dopo però aver ammirato per un istante lo sterminato paesaggio e assaporato l'idea di star camminando sulle nuvole.
Come invidio i primi salitori, per la pace di cui avevan goduto nel 1865. Anche se li invidio un po' meno per la tremenda sorte che era toccata ad alcuni di loro poco dopo:
«Alle 13:40 del 15 luglio Croz era in vetta esultante. Seguirono gli altri. La conquista era fatta; la spedizione rivale, vedutasi sconfitta, s’era ritirata. Ma la gioia si tramutò presto in tragedia: Hadow, secondo di cordata, scivolò in discesa e trascinò con sé nell’abisso della nord 3 compagni - tra cui Croz. La corda però si ruppe, dando la grazia a Whymper e ai Taugwalder - padre e figlio, e rendendoli così sconcertati testimoni della prima grande tragedia dell’alpinismo (testo tratto dal nostro fortunato libro Alpi Selvagge del 2015 che trovate in vendita nella colonna qui a dx).
Certo è che è oggi impossibile immaginare quale impegno richiederebbero le vie normali non attrezzate, anche perché il tracciato in molti punti non coincide con quello imposto dalle corde fisse.
La scoscesa parte alta della cresta dell'Hörnli è nevosa e la neve ci permette una progressione velocissima anche se è meglio prestare attenzione a non scivolare: si farebbe un volo di 1500 metri sulla N!
Quando iniziano i canaponi c'è un po' di traffico. Agli scambi si perde molto tempo. Alpinisti russi, tedeschi, coreani, francesi. Nessun italiano.
La cresta è mediamente più ripida della via italiana, ma un po' più semplice. A m 4300 pranziamo. Frugalmente accanto a una signora di nazionalità imprecisata che è lì in attesa tornino i compagni.
Tra me e me penso che, se i suoi compagni erano quelli che abbiamo appena incontrato e che salivano impacciati, è certo che prenderanno notte.
Il rifugio Hörnli sembra a uno sputo, laggiù in fondo alla cresta, ma capiremo che è molto molto lontano.
Alternando cammino, disarrampicata e calate fino a 30 metri (ce ne sono di attrezzate ovunque e il percorso è meno chiaro che quello sulla cresta del Leone) perdiamo quota.
A m 4050 due calate ci portano al bivacco Solvay. È sempre la puzza di merda  a farci capire d'essere al rifugio prima ancora di vederlo. La parte bassa della cresta è quella meno evidente. Ci alterniamo nell'arte di incengiarci con una cordata francese, che anch'essa senza conoscere il percorso sta compiendo la traversata (dal rifugio Carrel all'Hörnlihütte).
Ogni errore ci fa dilapidare decine di minuti, ma per fortuna i temporali previsti non si stanno materializzando.
Sotto i m 3500 le difficoltà diminuiscono e, appoggiandoci a camminamenti sul versante E, scendiamo gli ultimi metri di cresta. Un canapone e dei pioli in metallo ci aiutano sull'ultimo breve strapiombo. Siamo di nuovo sulla terra, rientrati dal pianeta Cervino!
Oltre un dosso ecco il rifugio Hörnli (m 3262, ore 6:30).
Ci abbiamo messo un sacco di tempo, ma in discesa non siamo mai stati superati, anzi... Forse non siamo stati poi così lenti, anche se l'orologio afferma il contrario.
Siamo stanchi vivi, nel senso che pur agonizzanti non possiamo permetterci di lasciarci andare perchè è ancora lunga.
Ale pare rinato, dopo che in salita aveva avuto qualche problema di stomaco.
Ci approssimiamo al rifugio quando sento un ronzio nello zaino. Chiedo all'Ale di controllare se si sia aperta la borraccia col tè.
«Pare ben chiusa, forse stava solo sgasando. Ora ha smesso».
Quando mi chiude lo zaino il ronzio riprende.
Mi levo lo zaino e controllo che non stiano friggendo i due frontalini che ho con me.
È tutto ok, ma rimesso lo zaino il rumore continua.
Me ne frego e ci incamminiamo. Ha iniziato a piovere.
Quando alzo la mano per scostarmi i capelli dagli occhi sento le dita formicolare all'improvviso e la mia mano friggere!
«Sta caricando un fulmine, scappiamo nel rifugio!» urlo e ci mettiamo a correre. Pure la palizzata del rifugio frigge. Che paura.
Col nuovo primato sui 100 metri con scarponi e zaini carichi entriamo e chiediamo latte e Ovomaltina. La bionda rifugista elvetica pare non capire né "latte e Ovomaltina", né "milk and Ovomaltina", così chiama il cuoco che, con un insolito accento svizzero-toscano-romano ci parla nella nostra lingua e traduce la comanda.
Poi, stupito della nostra volontà di tornare a Cervinia a piedi che sono già le 19:15, prontamente riferita in tedesco anche all'incredula rifugista, esce con me all'esterno e mi illustra gentilmente la strada meno pericolosa, che consiste nel raggiungere il passo del Teodulo con lunghissimo giro.
Riprendiamo il cammino dopo aver atteso e salutato i due francesi con cui avevamo condiviso buona parte della discesa. Siamo ancora accompagnati dalla pioggia e dal sibilo della piccozza e della staccionata in metallo accanto al rifugio. Non ci lasciamo intimorire: se doveva scaricare lo avrebbe già fatto!
Scendiamo svelti la dorsale verso NE, agevolati da scalette e da un sentiero impeccabile e largo.
Oltre una bizzarra conca di terra rossa dove sono scritti dei nomi a caratteri cubitali, smontiamo a dx della cresta. Siamo a m 2869. Il sentiero, attrezzato con passarelle in metallo, ci porta alla stazione degli impianti sciistici di Hirli. Qui prendiamo il sentiero bollato in direzione SO che cala nella valle del ghiacciaio del Furggen e la attraversa a m 2677. Impressionate è notare che quella che sembrava una pietraia in realtà è per buona parte il mantello si sassi che sopra il ghiacciaio e che è frutto dello sgretolamento della parete E del Cervino. Il Picco Solitario è ammantato dalle nubi. L'elicottero del soccorso gli ronza attorno come un moscone e ogni tornata vericella alpinisti portandone via un buon quantitativo per sottrarli alla notte che incombe. Le ipotesi su quali siano gli alpinisti in difficoltà si sprecano scorrendo la lista di quelli incontrati in discesa.
Con un ampio arco e seguendo i bolli siamo al lago proglaciale del Furgsee (m 2872, ore 2:30). Il paesaggio è desolato. Dritto a S c'è il ghiacciaio in forte ritiro. Scorgiamo i piloni dello skilift e ne puntiamo uno.
Toccato il ghiacciaio, su cui cola abbondante acqua e su cui neve marcia come melma si alterna a ghiaccio vivo, mettiamo i ramponi e accendiamo i forntalini.
A m 3100 intercettiamo lo skilift e lo seguiamo verso monte.
Incalzati dalla grandine eccoci, alle 22 passate, al Furgsattel (m 3348), stazione di monte dello skilift. C'è nebbia, ma ci bastan 10 minuti per capire che da qui in Italia non si scende.
Lo sconforto ci assale. Io controllo le foto fatte dalla vetta e capisco che dovevamo prendere l'altra linea dello skilift, quella più a S. Lo dico ad Ale che però è stanco e vorrebbe arrivarci per cresta. Ma dalla foto è chiaro che di notte e col temporale questa cresta non è percorribile.
Convinco Ale a desistere e a riscendere fino a m 3200. Proviamo a traversare di lì, ma una cresta rocciosa ci sbarra il cammino. Puntare a E per il ghiacciaio pare troppo ripido. Con la nebbia meglio non mettersi nei guai.
Torniamo indietro scendiamo  questa volta fino a 3150. Il cammino è cosparso di rifiuti degli impianti: pali, catene e ciarpame di vario genere. Qualche minuto verso SE per neve fangosa e scavalcando rivoli e troviamo i pali dell'altra linea dello skilift. La seguiamo verso SSO.
Il cielo rischiara per i lampi, ma i tuoni sono lontani. Spero ci restino, perchè se no saremmo spacciati!
Terminato il primo troncone dello skilift, troviamo un gatto delle nevi in sosta e seguiamo il troncone successivo che, come dice un cartello, porta alla Testa Grigia, dove vediamo un faro che lampeggia e, facendo eco ai fulmini, rischiara i cielo. Il passo del Teodulo è decisamente a N della Testa Grigia, ma di notte e con la nebbia meglio non allontanarsi dai riferimenti o ci si perderebbe nel ghiacciaio.
Ho i piedi fradici e mal di testa, ma non dobbiamo mollare.
Ale è stanchissimo e vorrebbe fermarsi. Mi segue aiutandosi con due pali di plastica recuperati sul ghiacciaio. Pure io lo imito e ne raccatto uno di legno. Abbiamo già più di 3500 metri di dislivello nelle gambe e sono 23 ore che marciamo!
Prendiamo quota sotto i cavi dello skilift. Ci sono crepacci aperti. La pista è chiusa. Grandina e c'è nebbia.
Durante una breve apertura delle nebbie scorgo a dx la pista per il passo del Teodulo. La illumino e la mostro all'Ale per confortarlo. Però ci sono troppi crepacci: dobbiamo salire più in alto seguendo delle peste sulla neve ond'evitar grane. Oramai a m 3400 e in vista della Testa Grigia, traversiamo a dx e finiamo su un'emergenza rocciosa. La nebbia si è chiusa ed è fittissima.
Ale si scoraggia e vuole fermarsi. È un atleta in forma e credo che di benzina nel serbatoio ne abbia ancora. Lo istigo perciò a non fermarsi. Non è la paura di una notte all'addiaccio, ma quanto il voler arrivare alla macchina e avvisare a casa che siamo ancora vivi per non dar troppa preoccupazione.
Faccio sedere Ale e parto in perlustrazione. La prima ronda la finisco girando involontariamente su me stesso. Ho però trovato nel mentre un vaso con una pianta. È siamo a m 3400! Perciò la strada non deve essere lontano.
Il secondo giro cerco di tenere il timone dritto verso N.
Trovo un paio di occhiali da sole nuovi di Armani, mio bottino di giornata, e con essi la sicurezza che la pista dev'essere vicina.
Infatti la trovo.
Chiamo Ale esultando, ma pur vedendo questa pista sterrata mi pare poco fiducioso.
«Sei sicuro che stiamo andando dalla parte giusta?»
Non sono sicurissimo, ma mi fido del mio istinto. Lo convinco a proseguire.
Finiamo dopo poco su una pista da sci battuta. Un gatto delle nevi, una motoslitta, un cartello che indica Cervinia.
Cervinia? Non ci posso credere!
«Ce l'abbiamo fatta! Ci siamo! Cervinia!! Segna Cervinia!»
Ale aumenta il passo nella nebbia e mi raggiunge incredulo. Controlla attentamente il cartello prima di esultare.
«Non ci speravo più, mi sembrava impossibile trovare la strada!»
Siamo all'agognato passo del Teodulo (m 3296, ore 1:30 senza ovviamente passare per la Furggsattel!). È l'una di notte. Sono oltre 24 ore che marciamo. La nebbia è così fitta che non si vede a un palmo dal naso, ma ora sappiamo che non possono più esserci imprevisti.
Giù svelti per le piste. Poi un bivio dove Cervinia manco è più indicata. Prendiamo una direzione a caso. Poi un sentiero non segnalato, ma con impronte di gomme di MTB. Le lungaggini di questo sentiero sono tremende. Continua ad andare in qua e in là, come fosse stato tracciato da un ubriaco.
Dobbiamo giungere a Plain Maison per intercettare una pista di down hill che si butta in picchiata verso i condomini di Cervinia, a qualche tornante d'asfalto dal parcheggio della funivia (m 2006, ore 2:30).
Stanchi? Pure dire distrutti sarebbe un eufemismo.
Telefoniamo a casa dove nonostante siano quasi le 3 di notte Gioia è ancora in piedi ad aspettare la chiamata... o forse, come sdrammatizzo con Ale, sta già mettendo in vendita su Ebay i miei effetti personali.
Messi i piedi a mollo nel torrente e mangiato un boccone, dato che oggi di calorie ne abbiamo introdotte ben poche, ci concediamo meno di tre ore di sonno in auto prima di rimetterci alla guida verso casa.
All'alba salutiamo il Cervino che nemmeno si degna per un istante di levarsi il manto di nubi.
Poverini quelli che sono lassù nei bivacchi. Il tempo non promette nulla di buono!


Se si apre l'inquadratura, aggiungendo Cervinia al quadro del Cervino, il risultato è assai deludente.

Dettaglio della cresta del Leone.

Cervinia di notte dalla strada per il rifugio Duca d'Aosta.

La strada per il rifugio Duca d'Aosta.

Verso i m 3200.

A m 3500, di ritorno dalla Testa del Leone.

Il traverso per il canalone ai piedi del colle del Leone.

Alba sulla Dent Blanche.

La Testa del Leone, appena involontariamente ascesa, e la Dent d'Herens dal colle del Leone.

Stalattiti di ghiaccio sulla cresta del Leone.

L'uscita dal canapone sullo strapiombo ai piedi del rifugio Carrel.

Il rifugio Carrel e la Dent d'Herens.

Lungo la cresta del Leone.

La vetta del Cervino dalle pendici del Pic Tyndall.

L'abisso della parete O.

Verso il Pic Tyndall.

La cresta pianeggiante che segue il Pic Tyndall.

La cresta pianeggiante che segue il Pic Tyndall.
Il canapone prima della scala Jordan.



La vetta svizzera da quella italiana. In realtà entrambe si trovano sulla cresta di confine, ma il nome deriva dalla provenienza delle vie di salita. La cima svizzera parrebbe più alta di quella italiana di ben più di un metro, ma forse è solo una mia impressione.

Presso la croce di vetta.

Lungo la cresta che unisce le due cime.

Il lunghissimo tracciato per rientrare a Cervinia visto dalla vetta.

I pendii sommitali della cresta dell'Hörnli.

Meglio non cadere!

Lungo la cresta dell'Hörnli.

Lungo la cresta dell'Hörnli.

Lungo la cresta dell'Hörnli. In lontananza, in basso. il rifugio omonimo.

L'ultimo canapone dela cresta SE.

La cresta dell'Hörnli tra le nebbie.

La cresta dell'Hörnli dai pressi del rifugio.

Doppio arcobaleno sopra Zermatt.

Una colonna di nubi sopra il Cervino.

Scendendo dalla capanna Hörnli (bivio per il vallone del Furgggletscher).

Il Cervino dal vallone del Furgggletscher.





venerdì 26 luglio 2019

Lagginhorn (m 4010) e Fletschhorn (m 3985)

Fletschhorn, Lagginhorn e Weissmies sono i tre giganti che dominano il Sempione e dividono la valle di Gondo dalla Saasastal. In particolare il primo, con la sua enorme parete N, coperta dai ghiacci e perseguitata dalle scariche di sassi, incanta chiunque in una giornata di bel tempo scenda dal passo del Sempione verso Bondo.
Oggi avevamo in mente la traversata delle creste del Cervino, ma le previsioni pronosticavano temporali nel primo pomeriggio. Consapevoli della sconvenienza di trovarsi a 4000 metri quando Zeus è incazzato, abbiamo optato per la più facile traversata Lagginhorn-Fletschhorn con un anello da "óm". 
Non è stato affatto semplice...
Intendo dire: non è stato affatto semplice trovare dove diamine abbandonare l'auto per non usare la funivia, tanto che a un certo punto, in preda allo sconforto e stufo di guidare, ho persino pensato di scendere a Visp e farcela tutta da lì a piedi, imitando l'amico Pietro nella sua recente gita allo Strahlhorn.


Fletschhorn e Lagginhorn visti dal Breithornpass.



Partenza: Hoferälpji (m 2250).

Itinerario automobilistico: dal passo del Sempione, scendiamo in Svizzera verso Brig. Senza raggiungere Brig, in fondo alla discesa puntiamo a O (direzione Sion) e a Visp usciamo dall'autostrada svizzera e seguiamo per Zermatt e Sass Fee. Risaliamo la valle fino a Stalden, quindi prendiamo il ramo più orientale (l'altro va a Zermatt). Al termine del nucleo di Saas Balen, sulla sx s'alza la stretta strada per gli alpeggi. Per percorrerla occorre prendere il biglietto al parchimetro posto dall'altra parte della strada di valle. Quello che si deve ottenere è il biglietto per la Bergstrasse. Pigiamo perciò 2 volte il giallo, una il verde, cacciamo le monete (accetta sia franchi che euro e ne servono 10 per 24 ore) e poi diamo conferma. Il macchinario sputa l'agoniato biglietto che deve esser sempre visibile sul cruscotto dell'auto.
La stretta strada si inerpica in dx orografica. Dopo poco siamo ai piedi della suggestiva cascata che sovrasta Saas Balen. C'è un bivio. Non lasciatevi ingannare come dai cartelli escursionistici che invitano a salire a dx, bensì attraversate subito  il torrente e guidate per poco più di 7 km (misurati da Saas Balen). La rotabile è stretta e asfaltata tranne nell'ultimo tratto dove lo sono solo le curve. L'auto la potete lasciare negli slarghi che precedono Hoferälpji.

Itinerario sintetico: Hoferälpji (m 2250) - Grüebe (m 2280) - Kreuzboden (m 2398) - Weissmieshütte (m 2726; si passa nei pressi) - Lagginhorn (m 4010; salito per la crestaSO) - Fletschjoch (m 3688) - Fletschhorn (m 3985) - Grüebusee (m 2848) -  Hoferälpji (m 2250).

Tempo per l'intero giro: 14:30 ore.

Attrezzatura richiesta: scarponi, ramponi e piccozza, corda, uno spezzone di corda da 20 m per il ghiacciaio e la cresta NE del Lagginhorn.

Difficoltà:  4.5 su 6.

Dislivello in salita: 2200 metri circa.

Dettagli: Complessivamente alpinistica AD-. 
Andiamo per pezzi. La salita al Lagginhorn per la cresta SO è facile e molto battuta, complessivamente F+. Passi di I e II si alternano a sentiero tra le pietraie. La discesa per la cresta NNE al Fletschjoch, un tempo valutata come AD per la presenza di tratti innevati impegnativi, oggi è spoglia di neve e presenta passi fino al III di roccia non sempre stabile. La valuterei perciò PD+. Dal Fletschjoch al Fletschhorn F+. La discesa dalla vetta per il Grüebugletscher (PD+, pendenze fino a 35°) presenta nel primo tratto di cresta del ghiaccio affiorate , poi si è in un dedalo di crepacci e si devono avere buone capacità di muoversi in tale ambiente . Una volta lasciata a m 3600 la traccia battuta, ce la si deve cavare col proprio intuito. A m 3500 si esce dal ghiacciao su rocce lisciate e con passi di I e II, pietraie, campi di neve e un percorso da ricercare, si è nel fondovalle. 

© Swisstopo.ch
Cazzo non ho il frontalino! Dimentico qualcosa tutte le volte e porto con me la testa solo perché è obbligatoriamente attaccata al collo. Rimediamo un luce a 10 euro dai cinesi a Domodossola, assieme a un po' di pane e formaggio al supermercato.
Sempione e giù a Brig, poi Visp e su per la valle. Ramo di sx ed eccoci a Saas Grund.
Sono le 19. Ho già sonno, ma specialmente ho fame. Abbiamo fame. 
Cerchiamo un posto dove lasciare l'auto funzionale anche a prendere il sentiero per la Weissmieshütte.
Non troviamo nulla, neppure a pagamento.
Facciamo varie ronde per il paese, con un semaforo infinito che ci ruba 5 minuti ad ogni passata.
Non c'è davvero nulla, né una strada percorribile che si dirige sotto il monte. L'unica possibilità sarebbe il parcheggio della funivia.
«No! Quello mai.»
Scendiamo quindi a Sass Balen: «lì troveremo». C'è sì un grande parcheggio a pagamento, ma siamo decisamente fuori traiettoria. Dovremmo salire un po' in auto dalla stradicciola che s'inerpica a S del paese. Dal poco tedesco che sappiamo, leggendo i cartelli stradali deduciamo che serva il permesso, ma non capiamo dove diamine sia il distributore automatico.
Torniamo a Saas Grund. Ci sarà beh un posteggio.
Niente nel raggio di 3 km dalla partenza del sentiero. Andiamo a Saas Almagell. Qui ci sono posteggi a pagamento, ma siamo troppo fuori traiettoria. È quasi notte e sono stufo di guidare. Andiamo un po' avanti verso lo Staubsee Mattmark e ci buttiamo a bordo strada per cenare e dormire. «Partiremo da qui a piedi domani. Partiremo un po' prima.»
Ma nemmeno il tempo di assettare l'auto per la notte e cambiarci che arriva una tipa bionda. Ci caccia con la scusa che lei e il suo compagno hanno messo la macchina ben imboscata, mentre noi siamo troppo in vista e la polizia, che ci racconta fare ronde notturne contro i poveri, ci troverebbe e ci multerebbe.
Il suo inglese è talmente misero che non è facile capire altro.
Ci leviamo perciò dalle palle.
Quando accendiamo la macchina, vediamo un furgone a luci spente che si fionda accanto all'auto dei ragazzi. Questi si nascondono goffamente pensando si tratti della polizia. In realtà è un'altra coppia che si apparta per la notte.
La situazione è alquanto ridicola. Mi sembran tutti mitomani. Di cartelli che vietano di dormire in auto non ne ho trovati. A noi non ce ne frega niente di pagare qualche euro per il posteggio, vorremmo solo trovare un posto non sotto un lampione  e vicino alla partenza del sentiero a Saas Grund!
Così torniamo a Sass Grund. Ricontrolliamo. Niente parcheggio, neppure a pagamento. Scendiamo quindi a Saas Balen, dove Carlo va in un bar e interroga l'oste avvinazzato che, dopo avergli sconsigliato di salire in auto verso Grüebe (a detta sua lassù non c'è niente di interessante da fare), gli spiega come ottenere dal parchimetro il permesso per la Bergstrasse. Finalmente deduciamo che la Bergstrasse, che non trovavamo in cartina, è la strada agrosilvopastorale che porta agli alpeggi, quella che avremmo potuto prendere 3 ore fa.
Che pirla. Una volta la mia ignoranza di tedesco mi aveva lungamente fatto cercare il paese di Ausfahrt ("uscita") sull'atlante stradale!
Con una spesa di 9 euro abbiamo il nostro permesso e ci inerpichiamo su per il monte. Alla cascata giriamo a dx seguendo i cartelli escursionistici, ma dopo 5 km la strada finisce e non dalle parti di Grüebe. Torniamo alla cascata e notiamo, a terra, un cartello di legno che ci invita ad andare dall'altra parte.
Sono le 2330 e posteggiamo l'auto prima di Hoferälpji.
Ci pappiamo 2 macedonie in scatola e andiamo a nanna, cullati dal temporale.
Notte finalmente al fresco dopo una settimana di patimenti a casa dove afa e caldo non lasciavano dormire.
Alle 3:30 suona la sveglia. La posticipo, ma succede che ci svegliamo solo alle 5:30 con la luce dell'alba. È tardissimo. Alle 6 siamo in marcia.
Hoferälpji (m 2250), 10 minuti di sentiero ed ecco le baite di Grüebe (m 2280), quindi il sentiero bollato taglia a mezza costa guadagnando quota e attraversando alcune pietraie, fino a voltare l'angolo della cresta SO dello Jegihorn e abbassarsi a Kreuzboden (m 2398, ore 1:45), stazione d'arrivo della funivia.
Dall'altro lato della valle la teoria di 10 quattromila che orbitano attorno a Saas Fee.
Perso qualche metro, calchiamo la pista sterrata che sale alla Weissmieshütte (m 2726, ore 0:45). Non è necessario arrivare al rifugio: l'obbiettivo è la morena laterale dx (sx guardando dal basso) del Tälligletscher. Il Lagginhorn è davanti a noi. Massiccio, trapezoidale, con due creste che scendono a SO, una dalla vetta, l'altra dall'anticima meridionale, e che avvolgono le due lenti del ghiacciaio del Laggin disegnando una specie di cuore. La normale percorre la cresta di sx, che guadagniamo grazie alla suddetta morena.
Ometti di sasso confortano sul percorso. Inizialmente la dorsale è una larga groppa di pietrame, poi, sopra la quota 3231 si stringe e offre anche qualche passo di arrampicata (ci sia appoggia sempre al lato S).  A sx si staglia contro il cielo la cresta che faremo in discesa. Bellissima e ripida da lontano! La media di 600 metri di dislivello all'ora, che stavamo tenendo per recuperar tempo sulla tabella di marcia, cala un po', ma alle 10:45, salutati alcuni alpinisti che ci chiediamo perchè scendano legati, siamo già in vetta al Lagginhorn (m 4010, ore 4). Una croce e troppo affollamento, così non facciamo nemmeno la foto e ci portiamo al breve tratto nevoso della cresta NNE.
Questa cresta è stata percorsa per la prima volta dal mitico reverendo Coolidge con 5 compagni nel 1887.
Carlo mi dice che la davano come AD, ma a parte dover mettere i ramponi per 10 metri (c'è ghiaccio) e ritoglierli subito, non trovo particolari difficoltà da giustificare attualmente un simile grado.
La parte alta è la più ripida e impegnativa. Dobbiamo stare attenti alla roccia non sempre stabile: 2 cordate infatti stanno salendo sotto di noi e non vorremmo mai lapidarli.
Quando ci incrociamo, scambiamo qualche battuta in inglese da cui capiamo che anche per loro la preoccupazione principale sono i temporali in arrivo. Ironizzando dico che il temporale non dovrebbe giungere prima di mezz'ora. Un ragazzo sorride e aggiunge «at least half an hour», mentre la sua compagna di cordata non capisce la nostra ironia e pare preoccuparsi. Già, in meno di 3 ore nessuno di noi sarà in una zona sicura. Ci augura comunque buona gita, credo pensando tra sé e sé: «Menagranen d'ün menagranen d'ün italianen!»

La dorsale, sempre aerea e di rocce un po' marce, si adagia un po', per tornare da ultimo a perder quota con decisione fino al cordolo nevoso per il Fletschjoch (m 3688, ore 1:30), sella nevosa che verso E precipita con uno sdrucciolo di ghiaccio e roccia marcia verso il Holutriftgletscher. Scender di lì sarebbe una valida alternativa al suicidio.
Su i ramponi e fuori la corda dallo zaino. Sulle rocce siamo stati piuttosto tranquilli, ma coi crepacci nascosti da tappi di neve marcia è meglio non scherzare.
Le nebbie si rincorrono e ammantano il Lagginhorn, mentre in lontananza alti cumuli s'alzano minacciosi.
Una rampa nevosa che ci fa guadagnar quota all'interno di un remoto anfiteatro. Tocchiamo la cresta ENE del Fletschhorn a circa m 3900. Neve e roccette ci accompagnano alla croce di vetta, posta sulla quota m 3982, quando la massima elevazione, nevosa, è di 3 metri più alta e ubicata a uno sputo sulla dorsale che si diparte a SO (Fletschhorn, m 3985, ore 1).
Ecco che le nebbie avvolgono anche questa cima e rendono la situazione molto antipatica: dobbiamo infatti scendere per intero il Grüebugletscher (che spero di aver scritto almeno due volte uguale!), un mantello di crepacci lungo oltre 3 km e 1000 metri di dislivello.
Non si vede una mazza, così tiro fuori la cartina dallo zaino. Dove c'è la croce si uniscono tre creste: quella da cui veniamo, quella che va a SO toccando la vetta maggiore e quella che scende a NO lambendo i precipizi della parete N. Andiamo in questa direzione e dopo una 50 di metri su neve gelata, ricompaiono le peste dei ramponi. Si vede poco. Un tratto ghiacciato, ripido e inquietante per i precipizi verso dx conclude la cresta. Smontiamo verso sx a circa m 3850 e ci destreggiamo fra le prime crepe. La traccia battuta sparisce nella neve marcia e il sole che inaspettatamente filtra dalle nebbie ci arrostisce. Insistendo a S ci approssimiamo troppo al settore ripido del ghiacciaio, così zigzagando tra i crepacci pieghiamo a dx. Riecco la traccia che si dirige a S verso il cordolo nevoso che separa il Grüebugletscher dal Talligletscher. Questa sarebbe la via normale al Fletschhorn, ma non vogliamo andare di lì e a m 3600 pieghiamo a dx (O) e ci abbassiamo nel centro del ghiacciaio. La neve è marcia e non permette di sondare con la piccozza la presenza di crepacci, così invito Carlo a tenere sempre la corda tesa mentre faccio il cane da crepaccio. Ho già studiato una linea per scendere il ghiacciaio fino in fondo, quando noto lo sperone roccioso sulla dx e andiamo a curiosare. Mettiamo i piedi sulla roccia a circa m 3480, capendo subito che possiamo evitarci il tratto più crepacciato del ghiacciaio affidandoci a questa dorsale. A sx i fianchi dell'Inner Rothorn scaricano frane continue e non mi spiace affatto evitare di passarci sotto!
Traversiamo verso dx perdendo gradualmente quota tra rocce montonate, pietraie e chiazze di neve. Il nostro obbiettivo e la pista a dx dei tre verdi laghi di origine glaciale che impreziosiscono le desolate pietraie lasciate dal ritiro dei ghiacci.
Ravanando un po' troviamo i passaggi ad ogni cambio pendenza e, arrampicando il meno possibile, eccoci nel fondovalle.  Presso il lago Grüebusee (m 2848, ore 3) intercettiamo la strada.
Nemmeno il tempo di tirare un sospiro di sollievo e dire «È fatta!» che inizia a piovere, poi a tuonare. Sono le 1530 e il meteo svizzero non ha sgarrato di un minuto: el bau l'è scià!
Mettiamo gli impermeabili e aumentiamo il passo, lasciandoci sfilare alle spalle gli altri due bei laghetti e salendo quel poco che basta per uscire dalla conca glaciale. I tuoni rimbombano, ma in lontananza. Un cartello dice che manca 1:30 ore a  Hoferälpji. Mi sembra un tempo eccessivo per 600 metri di dislivello in discesa, ma si vede che la strada non è molto ripida.
Di colpo una luce fortissima crepa il cielo appena davanti a noi. Segue svelto un boato. Imprevisto quanto spaventoso. 
Mi giro e guardo Carlo che mi chiede cosa si faccia in questi casi.
Non so cosa rispondere perchè siamo in una pietraia sterminata senza possibilità di riparo. Inoltre non so da che parte stia arrivando il temporale, per cui come potrei stabilire la miglior direzione di fuga?
Guardo Carlo negli occhi e spero non si volti: alle sue spalle c'è infatti una targhetta in ferro col nome di un qualche morto. Visto che non c'è alcun pericolo naturale in questa pietraia, suppongo che il titolare sia stato aiutato nel trapasso da un fulmine. Non è rincuorante sapere di questa targa ora che Zeus è incazzato.
«Corriamo!»
«Correndo c'è meno possibilità che il fulmine ti colpisca?» mi chiede Carlo.
«La probabilità è sempre la stessa, ma il tempo che trascorri in mezzo al temporale è indubbiamente più breve!»
Così iniziamo a correre, tagliando tutte le curve della strada su scarpate d'erba e sassi rese scivolosissime dalla pioggia.
Contiamo i secondi che dividono i lampi dai tuoni per capire a che distanza si sono schiantati i fulmini.
Con buona approssimazione si possono stimare 350 metri ogni secondo. Per cui se passano 7 secondi, il fulmine dovrebbe essere a 2,1 km in linea d'aria.
Nella Saastal irrompe una coda del temporale che sta flagellando la valle principale. Ci proietta addosso correnti calde e umide.
Inizio a percepire la carica elettrica sulla pelle, ma, dopo pochi minuti e un fulmine sull'altro lato della valle, per fortuna il temporale si sposta a N.
Continuiamo comunque a correre e in 18 minuti dal lago siamo a Hoferälpji (m 2250, ore 1:30). Sudati e con le gambe doloranti, ma non fritti.
Il giro è chiuso in meno di 10 ore e ci compiaciamo della scelta di non traversare il Cervino oggi!




La cascata sopra Saas Balen.

Hoferälpji.

Grüebe.

La via normale al Lagginhorn dai pressi di Kreuzboden.

I quattromila di Saas Fee (in basso) da Kreuzboden, arrivo della cabinovia.

La Weissmieshutte. Sullo sfondo da sx Strahlhorn, Rimpfischhorn e Allalinhorn.

Vista dallo Strahlorn di fine giugno.

Sulla morena laterale sx del Talligletscher.

Lungo la cresta SO del Lagginhorn.

Il versante N della Weissmies.

L'ultima rampa di pietrame per la vetta.

A pochi metri dalla vetta del Lagginhorn.

Il breve tratto nevoso della cresta NE. Sullo sfondo la coce di vetta del Lagginhorn.

Disarrampicando sulla cresta NE.

Alcune torrette incorniciano la vetta del Fletschhorn.

Nella parte bassa della cresta verso il Fletschjoch.

Al Fletschjoch.

In cima all'anfiteatro glaciale, verso la vetta del Fletschhorn.

La vetta rocciosa del Fletschhorn, dove si trova la croce (m 3982/3983 a seconda delle fonti). La vetta maggiore è la prominenza nevosa a sx.

La linea di discesa dal Lagginhorn lungo la cresta NE.

Scendendo ungo la cresta NO del Fletschhorn.

Il Grüebugletscher dalla dorsale rocciosa intercettata a m 3500.

Misura del lago marginoglaciale del Grüebugletscher.

Verso il testone petroso di quota 3277.

Sguardo indietro dal testone petroso di quota 3277.

Il lago marginoglaciarle ai piedi del Grüebugletscher. Arriva il temporale!

Il tracciato di discesa dal Fletschhorn per Grüebugletscher. La dorsale rocciosa presa a m 3500 può esser scesa, come si vede dalla foto, in vari modi.