sabato 7 luglio 2018

Pizzo d'Andolla (m 3656) - cresta E integrale


Il pizzo d'Andolla (al centro) dalla sua cresta E. Sulla sx, dove schiuman le nuvole, è la Weissmies (m 4017)
Il pizzo d'Andolla (versante NE) da Zwischbergental.

Oggi io e Giacomo andremo su una cima isolata delle Alpi Pennine a N del monte Rosa, una cima di cui conosco ben poco se non che, più o meno, è alta come il Disgrazia, ma rispetto a questo è ben più complesso da salire. Vediamo innanzitutto di localizzarla: 

tributaria destra della val d'Ossola è la val d'Antrona, che si stacca dal solco principale all'altezza di Villadossola. La val d'Antrona si alza da E a O, o meglio s'allontana guadagnando lentamente quota, selvaggia e poco abitata. Dopo 14 km, all'altezza del modesto abitato di Antrona Piana, verso nord è la valle del torrente Loranco, che si sviluppa con un arco in senso antiorario. 


Itinerario stradale da Laveno (rosso) e tracciato dell'escursione (bviola). © swisstopo.ch
La maggiore delle vette che cingono questa valle è proprio il pizzo d'Andolla, una fiera montagna rocciosa di forma piramidale, con tre seghetatti spigoli che si dipartono dalla vetta: due (E e S) costituiscono lo spartiacque tra Italia e Svizzera, mentre uno (NO), forse il più inquietante, affonda in terra elvetica irto di pinnacoli e divide Saastal da Zwischbergental.
La via più semplice per salire questa montagna si svolge sul versante occidentale partendo dalla svizzera Almagellerhütte (m 2892). Dall'Italia la vetta viene invece conquistata per la cresta orientale, a cui gli alpinisti giungono dopo averne risalito la diramazione meridionale che si innesta a m 3254. Si tratta di un itinerario non banale, lungo e di difficile orientamento.
Era il nostro obiettivo, ma non sapendo né quale fosse la cima, né tantomeno quale fosse l'itinerario di salita, abbiamo invece percorso lo spigolo E integrale. Nulla di abominevole, ma certamente un itinerario più lungo e complesso della via normale italiana.
Non volendolo rifare al ritorno ci siamo poi avventurati per il ghiacciaio Zwischbergenglatscher, a cui è seguita una lunga traversata in quota nella Zwischbergental.
Rientro in Italia per il passo d'Andolla.



L'itinerario seguito oggi, con salita al pizzo d'Antrona per la cresta E e ritorno per la valle Zwischbergental © swisstopo.ch

Partenza: Cheggio (m 1490).
Itinerario automobilistico: da Villadossola si sale in valle d'Antrona lungo la SP67 attraversando vari centri abitati (Boschetto, Cresti, Seppiana, Camblione, Viganella, Prato, San Pietro, Madonna e Locasca). Dopo 14 km, ad Antrona Piana, si imbocca la tortuosa SP141 verso N. 4 km di tornanti portano a Cheggio. Oltre il piccolo nucleo e prima del muraglione del Bacino dei Cavalli, vi è possibilità di parcheggio.
Itinerario sinteticoCheggio (m 1490) - bacino dei Cavalli (m 1490) - rifugio Andolla (m 2052) - bocchetta di quota 2802 - pizzo d'Andolla (m 3656) - discesa per il Zwischbergengletscher - Zibelenflue (m 2558) - Galki - alpe Porcareccia (m 2192) - passo d'Andolla (m 2409) - rifugio d'Andolla (m2052) - Cheggio (m 1490).
Tempo previsto: 18-20 ore.
Attrezzatura richiesta: corda (almeno 40 m - meglio 60 m per effettuare meno calate), imbraco, casco, scarponi, ramponi, piccozza, occhiali da ghiacciaio, fettucce e cordini anche d'abbandono, utile una serie di friend.
Difficoltà/dislivello: 4.5 su 6 / oltre 2600 m. 
Dettagli: AD. Cresta a tratti esposta o di roccia cattiva. Attraversamento di ghiacciaio con crepacci. Itinerario estremamente lungo. La parte alpinistica, poco ripetuta, richiede ottima capacità di orientamento ed è riservata ad alpinisti preparati. In caso contrario è indispensabile l'accompagnamento di una guida.



Traghettiamo da Laveno (VA) a Intra (VB) per scavalcare il lago Maggiore, anziché girarci attorno.
Si risparmiano così un sacco di chilometri e ci si gode la tranquillità del lago. È una sera di giovedì. In giro c'è poca gente, sul traghetto ancor di meno. 
Le montagne della sponda piemontese a cui ci avviciniamo sono ben più alte di quelle della sponda lombarda che si perdono dietro la scia di schiuma del traghetto.
Quella che ci si para innanzi è la val d'Ossola, con le sue numerosi laterali che si diramano verso occidente fino ai piedi delle più alte vette della Alpi Pennine.
Da Verbania, di cui Intra è una frazione, passando a sud del mont'Orfano e a N di Gravellona Toce, imbocchiamo la SS 33 del Sempione. Lungo quella direttrice risaliamo il corso del fiume Toce fino a Villadossola. La valle assomiglia alla bassa Valchiavenna, ma è meno popolosa. Le sue sponde si mostrano ripide e poco adatte alle coltivazioni.
Continuiamo a scrutare verso l' alto, ma in alto le nebbie ammantano tutte le cime che si spingono oltre il limite delle conifere.
A Villadossola usciamo dalla SS 33 e risaliamo la valle d'Antrona. Un solco piuttosto incassato, puntinato di raccolti villaggi. L'aria è pervasa da un malinconico senso d'abbandono, stemperato di tanto in tanto dal simpatico e ricorrente quadretto di un gruppo di anziani che hanno allineato le sedie a bordo strada e, mentre chiacchierano, osservano le auto passare, salutando gli indigeni e passando ai raggi X i forestieri. In uno di questi piccoli assembramenti ci sono anche delle donne che cuciono e fanno la maglia. Purtroppo non siamo così lesti da estrarre la macchina e bloccare quell'istante davvero affascinante.
Il corso della valle, dopo lo strappo iniziale che ci ha portato a Cresti, è poco ripido, tant'è che dopo 14 km, ad Antrona Piana, siamo solo a 900 metri di quota.
Vedendolo sulla cartina, mi sarei aspettato che questo nucleo, a tutti gli effetti il cuore turistico della valle, fosse assai sviluppato. Invece occupa una modesta piana nel centro della valle dove i pascoli sono stati abbandonati e il bosco si è oramai ripreso tutto ciò che la pastorizia gli aveva sottratto.
Verso N si alza stretta e tortuosa la strada asfaltata per Cheggia, che corre prima in dx, poi in sx idrografica del torrente Loranco. 
Anche Cheggia, che dovrebbe essere l'equivalente di Chiareggio per la Valmalenco, è assai più piccolo di come me l'aspettavo.
Qualche mucca al pascolo, una chiesetta, un ristorante, una valle senz'alberi e ricca di pascoli che si inerpica verso E e una alberata che s'incunea a O, oltre il bacino artificiale dei Cavalli. In alto, in quella direzione, giocano a nascondino con le nebbie alcune vette imponenti. Una di quelle dev'essere il pizzo d'Andolla, ma nessuno di noi sa esattamente quale sia.
Sono le 20:30. Trasformiamo la Qubo, parcheggiata accanto alla casa dei guardiani al capolinea della strada, in un letto a due piazze e, mentre Giacomo s'abbandona tra le braccia di Morfeo, io vado a cenare sul coronamento della diga. Di lì scruto il paesaggio, senza capirci un granché, solamente intuisco che il rifugio d'Andolla dev'essere oltre il traliccio evidenziato da un faro rosso a cui s'appoggiano i cavi della teleferica di servizio. Sulla cresta di confine piove; ma per fortuna è acqua fino in alto e domani non dovremmo pestare neve fresca.
Alle 23 sono anche io nel mondo dei sogni, anche se il viaggio è breve: la sveglia suona alle 3:30 e alle 4:15, dopo una colazione scarna stile San Francesco d'Assisi, ci incamminiamo alla luce dei frontalini.
Da Cheggio (m 1490), percorso il coronamento di questa diga a gravità in pietrame, edificata tra il 1922 e il 1926 dalla Edison e avente una capacità di 8,5 milioni di metri cubi d'acqua, siamo in dx idrografica della valle e contorniamo il bacino su un bel sentiero che, dopo un suggestivo ponte sul torrente Loranco, torna e rimane in sx idrografica. Saliti velocemente a un poggio panoramico, pieghiamo a O e ci inoltriamo nella valle, dove le valanghe hanno ripulito il versante dal bosco. Tanta strada e pochissimo dislivello, sono accompagnati da cartelli con tempistiche quantomai strette che prevedono andature di oltre 5 km/h! Pertanto le tempistiche che darò nel testo sono quelle escursionistiche classiche, più dilatate di quelle scritte in loco.
Una galleria nella neve ci aiuta a superare una delle numerose valanghe che ancora occupano il fondovalle. Poi la mulattiera inizia a contorcersi e salire con decisione, così da permetterci di giungere al rifugio d'Andolla in poco meno di due ore, cioè poco meno delle tempistiche date dai cartelli pur avendo tenuto un buon passo.
Il caldo patito fin qui e spazzato via dal vento, non gelido, ma fastidioso per la forte umidità.
Il rifugio d'Andolla (m 2052, ore 2:30) si trova presso l'alpe omonima attorniato da altri 3 edifici.
È in pietra e ben proporzionato, affiancato da una fontana la cui bocca è costituita da una piccozza in metallo. Ma pure da un moschettone con più fori zampilla dell'acqua.
Ci sono le luci accese, ma a quanto pare ancora nessuno è sveglio, così proseguiamo seguendo al trivio le indicazioni per il bivacco Città di Varere, visibile in altro al piede della cresta orientale del pizzo di Loranco. Circa 600 metri di sentiero e 150 metri di dislivello ci conducono a un bivio marcato con la vernice rossa sui sassi. Qui prendiamo a dx seguendo i segni rossi, che presto smarriamo. A m 2600 siamo al margine di una conca petrosa e con un arco da sx a dx per evitare la neve residua, raggiungiamo la cresta E del pizzo d'Andolla presso una sella a quota 2802, nota come passo della Pezza (m 2802, ore 1:45) (la via normale guadagna invece la dorsale secondaria che cinge a O la conca). In lontananza si scorgono Verbania, il lago Maggiore e le cime del Varesotto. 
Pieghiamo il timone a O (sx) e risaliamo la dorsale di blocchi e roccette (I e II) fino ai piedi di una torre rocciosa, già ben visibile dalla conca a m 2600. Ci si fronteggia con un muro verticale apparentemente difficile, per cui traversiamo a dx su una cengia esposta che supera due canali, per poi costringerci ad arrampicare su rocce abbastanza sane ma dove è vietato sbagliare (III).
Sbuchiamo su una finestra dalla quale proseguiamo sotto cresta sul versante svizzero della dorsale per detrito instabile e rocce poco sicure. Senza via obbligata scavalchiamo alcuni canali (passi di II), per poi deciderci a tornare sullo spartiacque dato che il versante è diventato troppo pericoloso e sdrucciolevole.
Usciamo in cima alla quota 3177, presidiata da una piccola croce. Una sella nevosa ci separa dalla quota 3284, a cui giungiamo per rocce fratturate, blocchi (passi di II) e dopo aver accostato un affascinante fiamma di roccia che contesta le leggi di gravità: il Dente della Vecchia.
Qui la via normale raggiunge la cresta E e a farci intuire di aver sbagliato strada sono gli ometti di pietra, improvvisamente onnipresenti lungo il percorso. La vetta del pizzo d'Andolla è avanti sulla dx, ancora lontano, con le sue rocce rossicce accarezzate dalle nebbie che tracimano dal versante italiano e scappano in Svizzera.
Oltre una sella nevosa (di qui un ghiacciaio scende a dx fino nel fondovalle svizzero), una rampa di blocchi di granito adduce alla quota 3308 (ore 2:30 procedendo slegati), anticima E del pizzo d'Andolla. Un ometto meno smilzo dei precedenti sancisce l'importanza della posizione e la vicinanza della meta. 
Alla nostra dx è il Zwischbergenglatscher. Non capiamo se la vedretta scende nel fondovalle, ma il fatto ci interessa molto perché già valutiamo di rientrare per una strada alternativa dato che il cielo si sta chiudendo e orientarsi su questa cresta è assai difficile.
Una sella nevosa, a cui segue una rampa, ci portano all'attacco delle rocce dell'edificio sommitale.
Il percorso segue inizialmente quasi un sentiero, marcato da ometti, poi si porta sul versante meridionale tornando di carattere alpinistico.
Ci arrampichiamo su una paretina di 30 metri (II/II+) che ci riporta in cresta. Oltre alcuni blocchi, una placca solcata da una fessura (III+, 5 m) ci fa apprezzare la solidità del granito. 5 metri sopra traversiamo nuovamente a sx. Qui sego il percorso e vado più volte a forzare passaggi troppo muscolari che, slegato in quanto ho richiesto a Giacomo di non fare sicura, preferisco evitare.
Rientrato alla base, oltre un colatoio, trovo una placca obliqua di 10 metri solcata da un ripido cordolo. Un passaggio piuttosto emozionante per il capocordata (III+). Per cenge di detrito torniamo in cresta, guadagniamo un po' di quota, quindi di nuovo sul versante E dove un camino va a spegnersi proprio ai piedi della sommità (15 m, II+). Usciamo sulla dx sotto un grosso masso per superare il salto che lo interrompe e arriviamo ai piedi della torre di granito alta 5 metri che costituisce la cima e che una cengia che ne solca il versante S ci permette di aggirare.
Eccoci finalmente in vetta al pizzo d'Andolla (m 3656, ore 3).
Non si vede una mazza! Un croce striminzita e storta fatta con tubi metallici segna il culmine. Sotto il masso a cui è infissa la croce c'è, incustodita, la scatola col libro di vetta.
Mi sdraio nella nicchia a pranzare e godermi l'obiettivo raggiunto.
Giacomo ha il pepe al culo e vuole scendere subito, ma l'imparità di peso nello zaino (ho portato io tutta l'attrezzatura), mi garantisce poteri dittatoriali. Per fortuna arriva segnale al suo telefono e, perso nei social, si eclissa dimenticandosi dei minuti che passano. Nel mentre mi lascia godere il silenzio della montagna e le nebbie che assomigliano a lentissime onde del mare che si infrangono afone contro uno scoglio di granito.
Questa porzione delle Alpi non è flagellata come la nostra Valtellina dal continuo frastuono degli aerei che all'impazzata portano gente chissà dove. Ivan Illich dimostrava che il velocizzarsi dei mezzi di trasporto ha aumentato le distanze tra le persone e l'iniquità sociale. Non sono in grado di sintetizzare tale affascinante e sacrosanta teoria, ma chi volesse esserne partecipe può leggersi il saggio del 1973 Energia ed equità
Mentre penso alla fretta di Giacomo che vuole guadagnar tempo e trovarsi coi social in mille posti diversi e agli aerei che solcano il cielo, ricordo ancora Illich che individua una soglia limite di velocità di trasferimento pari a 25 km/h (la velocità di una bicicletta mossa dalla forza metabolica di un uomo), al di là della quale aumenta per le persone la penuria sia di tempo che di spazio. Poi, grazie alla stanchezza e al silenzio, mi addormento.
Breve pennichella, quindi leggo il libro di vetta, dove trovo la firma dell'amico Giovanni Rovedatti (che qui era salito con 2 donzelle nel 2014). Messa anche la nostra firma, iniziamo la discesa.
Piuttosto lenta: prudentemente sempre sotto i 25 km/h, anche perchè le calate sono state attrezzate male, con ancoraggi che obbligano a scendere su colatoi franosi.
Ne effettuiamo 4. La prima è sotto una pioggia di sassi. La seconda, quella in corrispondenza del punto in cui mi ero incasinato in salita, è la più delicata, così decido di sacrificare un cordino e attrezzare uno spuntone che proietta su placche verticali e pulite. 30 metri esatti e senza il rischio che le corde si incastrino.
Giunti al ghiacciaio (m 3300, ore 2), traversiamo prima verso E divallando gradualmente in Svizzera e cercando di evitare i cambi di pendenza dove si annidano generalmente i crepacci. La neve è marcia. A m 3100 pieghiamo nuovamente a sx, portandoci nel mezzo del ghiacciaio, per infine, oltre delle rocce lisciate, raggiungere la Zwischbergental. Dinnanzi a noi un morena mediana, che scavalchiamo portandoci in sx orografica. Superate varie liste di neve tormentata da penitentes, in corrispondenza del testone quotato 2697, oltre cui la conca in cui ci troviamo precipita verso la bassa valle, intercettiamo il sentiero marcato da bolli bianco-blu. La traccia attestandosi attorno ai m 2500-2600 traversa (E) in quota. Dietro di noi le nebbie continuano a negarci la vista completa della cresta E del pizzo d'Andolla, ma quel poco che ci concedono è assai suggestivo.
Dopo alcuni su e giù e tratti attrezzati (alcuni su serpentino), siamo alla dorsale erbosa del Galki, dalla quale scendiamo al piccolo bivacco comunale della Zwischbergental (m 2161, ore 3:30). È utilizzato dal pastore delle pecore che ancora brucano questa estesissima valle pascoliva.
Ci arrivo correndo e disturbo un uomo ricciolo brizzolato che, infagottato in un piumino rosso e fumando una sigaretta, sta con soddisfazione pisciando tra le slavazze.
Fingendo di non vederlo lo lascio finire, poi mi avvicino e gli chiedo indicazioni per il passo d'Andolla e per rientrare in Italia. Grazie al cielo parla un buon italiano e mi spiega di scendere l'ultima dirupata costa erbosa che porta nel fondovalle, quindi di risalire a E fin dove un ponte di neve ci permetta di superare il torrente, oggi eccezionalmente gonfio d'acqua. Un volta in dx orografica, prima in piano, poi in leggera salita tra chiazze di cespugli e pascoli, arriveremo all'alpe Porcareccia (che dal nome pare fosse monticata dagli italiani). Di lì salendo dapprima a SE poi a SO saremo al valico. Il rifugio d'Andolla (m 2052, ore 2) è appena dietro, 400 metri di dislivello più in basso. Dice ci vogliano un paio d'ore su percorso agevole.
E così è, anzi corricchiando un po' per non prender notte, ci arriviamo con un po' di anticipo.
Entrati, troviamo i soli gestori. Dicono d'averci visto stamattina, seguiti col cannocchiale, ma poi di averci perso. Gli spiego dove siamo passati: «Quella non è la via normale, ma un percorso più incasinato!». «Comunque, aggiunge, anche la via normale di questi tempi la faranno al più 10 cordate all'anno».
Esterno la mia sorpresa: «Credevo fosse una cima ambita e frequentata!» 
Vengo istruito che da anni non è più così e dalla valle di Antrona se ne sono andati sia i turisti che i giovani, sia le mandrie che gli alberghi. Capisco che il senso di desolazione che provavo ieri salendo in auto non era immotivato.
Qui la gente che fu impiegata nelle dighe aveva lasciato le attività tradizionali. Poi l'Enel non ha più assunto e sono rimasti tutti a piedi, così i giovani se ne sono andati. Anche lontano perchè pure le fabbriche a Villadossola avevano chiuso.
Di fronte alla sua affermazione «voi sì che in Valtellina siete capaci di fare turismo», ogni mia contestazione è debole, perché la speculazione e la distruzione del territorio appaiono meno gravi del totale abbandono.
Vorrei parlargli anche di una terza soluzione, quella che ho visto l'altro ieri in val Maggia, ma mi zittisco perché è tardi e dobbiamo sbrigarci a tornare alla macchina prima che faccia notte. Prendiamo perciò commiato con un "a presto", che mi auguro sia anche premonitore, oltre che di circostanza.
La notte ci coglie sulla sponda del lago, ma Cheggio (m 1490, ore 1:45) e l'auto sono vicine.


Attraversando il lago Maggiore...

Arrivo a Intra.

Tramonto e pioggia dal bacino dei Cavalli, creato nel 1926 in loco di un laghetto naturale.

Cheggio alle 3 e mezza di mattina.

L'argine del bacino dei Cavalli alle 4. L lucina rossa sulla dx è quella del traliccio della teleferica.

Il rifugio Andolla.

In lontananza il lago Maggiore e la pianura lombarda visti dalla conca a m 2600.

Tra luce ed ombra è il passo della Pezza, visto dalla conca sassosa a m 2600.
Il percorso lungo la cresta E visto dalla Zwischbergental.
Traverso sotto il torrione a O del passo della Pezza.

Il pizzo d'Andolla (a dx) dalla quota 3177.

Scendendo dalla quota 3177.
Verso la quota 3254.
Il Dente della Vecchia.
L'ultimo colletto nevoso (m 3400)

L'inizio della salita al testone sommitale (m 3450 ca.).
A m 3500.

A m 3500 ca.

Poco sopra.
Sul passaggio chiave della scalata, una breve fessura di 4 metri di III+ (foto Giacomo Meneghello).

Giacomo in vetta.
Scendendo dal camino ai piedi della vetta.
Cercando la strada...

Il passaggio chiave: una placca fessurata a m 3550 ca. (III+)


La prima calata in corda doppia.

La terza e penultima calata in corda doppia.

Ai piedi del ghiacciaio Zwischbergengletscher. Alle nostre spalle il pizzo d'Andolla.

Il pizzo d'Andolla dalla Zwischbergental.

La risalita al passo d'Andolla dal versante svizzero.

Il lago dei Cavalli dal passo d'Andolla.




mercoledì 4 luglio 2018

Basòdino (m 3272) - la più alta vetta della val Maggia

Ma quanto è bella la val Maggia? Andate per crederci: noi ci torneremo presto per attraversarla anche con la luce del giorno
Oltre le schifezze moderne che, pur non diffusissime, infestano l'inizio della valle che s'alza a N di Locarno (CH), si percorre un solco vallivo puntinato da deliziosi borghi splendidamente conservati che danno l'illusione di fare un salto indietro nel tempo di oltre 100 anni. Volendo far paragoni, è una sorta di val di Mello (i fianchi sono alte pareti di granito che attirano i rocciatori) lunga 40 km e con varie laterali da cui precipitano alte cascate che si stagliano dietro le sagome di campanili e raccolti borghi coi tetti fatti con caratteristiche lastre di granito. 
La pastorizia è ancora diffusa e il territorio è ben curato. Non c'è immondizia a bordo strada: qui probabilmente non si svolgeranno mai i campionati di trash throwing che avevamo pubblicizzato sull'ultimo numero de La voce dei capannoni.
Il turismo è moderato. Non grandi numeri. Non devono esserci certo grandi numeri, ma questo è anche funzionale al mantenimento di un ambiente integro. 
A malincuore penso che anche parte della nostra Valtellina avrebbe potuto restare così, ma oramai è troppo tardi e le speculazioni edilizie si contendono il territorio con l'abbandono e un'agricoltura che stenta sempre più a trovare collocazione a causa dell'ipertrofia delle zone commerciali e industriali del fondovalle.
Il Basòdino spunta in fondo alla val Bavona. Qui è visto da Sonlerto.

All'altezza di Cavergno, dalla val Maggia si stacca verso N la val Bavona, percorsa dal torrente omonimo e che vanta la più alta vetta sia di val Maggia, che della confinante italiana val Formazza: il Basòdino (m 3272), nostra meta di giornata.



Partenza: San Carlo (m 938).
Itinerario automobilistico: da Locarno si sale in val Maggia. A Cavergno, dopo 28 km, si prende la laterale val Bavona, che si risale per altri 11 km fino al paesino di San Carlo, dove si lascia l'auto.
Itinerario sinteticoSan Carlo (m 938) - Campo (m 1388) - capanna Basodino (m 1856) - lago del Zött (m 1940) - ghiacciaio del Basodino - pizzo Cavergno (m 3223) - Basodino (m 3272) traversata NO-E - ghiacciaio del Basodino - pizzo Pecora (2132) - lago del Zött (m 1940) - capanna Basodino (m 1856) - Campo (m 1388) - San Carlo (m 938).
Tempo previsto: 12-13 ore.
Attrezzatura richiesta: scarponi, ramponi e corda (uno spezzone da almeno 10 m).
Difficoltà/dislivello: 3 su 6 / oltre 2600 m. 
Dettagli: Alpinistica F+. Gita molto lunga e varia. Passi su roccia fino al II e attraversamento di ghiacciaio insidioso a stagione inoltrata. Occorre capacità di orientamento perché l'itinerario di discesa dal Basodino non è ovvio e si rischia di portarsi dove il ghiacciaio è più ripido e crepacciato.


Da Locarno a San Carlo con l'auto. Con la linea sottile, invece, l'itinerario della gita. © swisstopo.ch.


L'itinerario della gita di oggi, oltre 22 km di sviluppo e 2600 metri di dislivello positivo.

È ancora notte quando ci lasciamo alle spalle Locarno e risaliamo la val Maggia. Il paesaggio, attenuato dalla scarsa luce, è comunque sorprendente. Alte pareti di granito s'alzano sui fianchi della lunga valle. Queste pareti quanto la mia curiosità di scoprire i solchi laterali stuzzicano la mia curiosità.
Gioia dorme sul sedile accanto e si sveglia solo a Cavergno dove verso N si stacca la val Bavona, che andiamo a percorrere. È tra belle baite in pietra, fienili riattati a baita senza modificarne l'aspetto esteriore, chiesette e scalinate, cascate e prati sfalciati intercalati a fitti boschi che il biscione asfaltato prende finalmente quota e raggiunge San Carlo (m 938), limite di transito consentito e partenza della funivia per Robei. A NO s'alzano l'imponenti pareti calcaree (fino a 600 metri!) che precipitano dalla cresta orientale del Basodino, ricca di vette secondarie.
Noi lasciamo l'auto, ma ben ci guardiamo dal prendere la funivia che ci impedirebbe di visitare con calma la parte bassa della valle.
Ci incamminiamo così su per la stradina asfaltata anticipata dal divieto di transito ai mezzi non autorizzati. Questa presso una centralina idroelettrica diviene sterrata e si porta in dx idrografica del torrente Bavona. Qualche tornante e intercettiamo il sentiero che si snoda nel fitto bosco e sbuca a Campo (m 1388, ore 1:15), gruppo di case circondato da pascoli al confluire della val della Zota nella val Bavona.
Questa laterale ha scaricato un'immane valanga, che è sopravvissuta alla calura estiva e che dobbiamo attraversare, per seguitare sul sentiero in sx idrografica. 
Il paesaggio si spoglia presto dagli alberi, credo aiutato dalle slavine che nulla fan crescere tranne l'erba. Ne attraversiamo ancora un paio, per infine vincere le ultime risvolte per la capanna Basodino (m 1856, ore 1:15).
Sopra di noi i cavi di 3 funivie, una delle quali è utilizzata dai turisti diretti al rifugio, mentre le altre servono di servizio agli impianti idroelettrici. A SO si vede la vetta del Basodino elevarsi con poca convinzione sopra il ghiacciaio omonimo.
Seconda colazione al rifugio, due chiacchiere coi ragazzi che vi lavorano. La capanna, di proprietà del CAS e risalente al 1858, ha 60 posti letto e resta aperta fino a ottobre.
Riprendiamo la marcia passando oltre la stazione di arrivo della cabinovia per il rifugio. Qui c'è una strada e vi sono delle auto portate quassù per servire impianti e rifugio.
Una bretella di sentiero ci porta sulla strada diretta a SO al lago artificiale del Zött (m 1940), raggiunto dopo aver attraversato anche due gallerie.
Siamo sulla sponda NE del lago e lo contorniamo tra splendide fioriture, rogge e liste di neve fino alla sponda O, da cui s'alza il sentiero che porta a una piana acquitrinosa, dove i cartelli ci indirizzano verso il Basodino. Una rampa sassosa ci fa guadagnare i gradino roccioso sopra cui un tempo si stendeva il ghiacciaio. Per raggiungerlo oggi dobbiamo superare una pietraia, poi una lunga rampa di rocce levigate.
Pranziamo adagiati su tiepidi schienali si sasso, circondati da rigagnoli che sgorgano dal ghiacciaio.
La prossima tappa è ovvia: la sella tra Basodino e pizzo Cavergno. Messi i ramponi la raggiungiamo senza problemi e senza incontrare crepacci  (m 3152, ore 4:30).
La ripida groppa di sfasciumi sulla sx ci guida senza difficoltà sul pizzo Cavergno (m 3223, ore 0:15), da cui godiamo una splendida vista sulla val Bavona, la val Formazza coi suoi laghi e alcuni lontani 4000, nonché la selvaggia cresta proveniente dal Kastelhorn.
Girato il timone verso SE, torniamo alla sella e per la cresta NO (passi su roccia di I e II grado) raggiungiamo la bifida vetta del Basodino (m 3372, ore 0:45), la cui vetta maggiore è segnata da una piccola croce, mentre quella più bassa, che dista meno di 4 metri, offre una specie di panca in ferro e custodisce il libro di vetta.
Tra le firme recenti scorgiamo quella di un alpinista solitario della Valfurva, salito pochi giorni fa, e quelle di scialpinisti qui giunti con le assi il 2.7! Io, che pur amo molto lo sci, chiamo questa pratica di andare quando non è più stagione" accanimento terapeutico"!!
Bocciato il mio piano di rientrare per una valle fuori dalla mappa in nostro possesso, ci abbassiamo per la più breve cresta E perattraversare il ghiacciaio in direzione ENE. Puntando l'acuta e appariscente quota 2463, stiamo alti fino a quando scorgiamo la possibilità di scendere nella vallecola che ospita alcuni azzurri laghetti proglaciali (m 2420).
Noi rimaniamo comunque in cresta senza raggiungere gli specchi d'acqua, toccando varie vertiginose quote della cresta. Il salto verso la val Bavona è impressionante.
La quota 2463 respinge brutalmente il mio tentativo di assalto senza corda per lo spigolo occidentale (passi di IV+), ma lo stesso non fa il più basso pizzo Pecora (m 2132, ore 2).
Al pizzo Pecora troviamo pure il sentiero che, tra rododendri, mirtilli e rocce montonate, ci riporta al lago del Zött, da cui passando per la capanna Basodino, rientriamo a San Carlo (ore 2:30). Qui un bagno nel torrente ci rifresca e ci prepara al lungo viaggio in auto, interrotto solo da una sacrosanta piadina kebab a Luino.

La capanna Basodino.

L'itinerario visto dal lago del Zöt.

Ponti di neve.

Salendo a O del lago del Zött.

Fioriture di botton d'oro.

Verso il ghiacciaio del Basodino.

Le placconate lasciate dal ritiro del ghiacciaio.

Itinerari per la vetta del pizzo Cavergno e la traversata da NO e E del Basodino.

Il primo tratto della cresta NO del Basodino visto dalle pendici del pizzo Cavergno.

Panorama dal pizzo Cavergno. Io mi trovo sulla cresta proveniente dal Kastelhorn.

Il tracciato per la vetta del Basodino dal pizzo Cavergno.

Il roccione sommitale del Basodino dalla sua cresta NO.

In vetta al Basodino.

Di nuovo sul ghiacciaio, con pigiama tecnico e ramponi.

Verso i laghi proglaciali a m 2420.

Il Poncione di Braga dal un'espostissima prominenza della cresta orientale del Basodino.

Genepì in fiore.

La difficile quota 2316, raggiungibile per lo spigolo OSO con passi di IV+.

Il panoramico e semplice pizzo Pecora.

In vetta al pizzo pecora, con alle spalle la difficile quota 2316.

Nelle gallerie sotto il lago del Zött.

Le baite di Campo.