martedì 14 giugno 2022

Punta Rasiva (m 2684)

La passione per la montagna mi ha portato così spesso sulle Alpi che era questione di tempo prima che ruzzolassi dall'altra parte, e precisamente in Ticino. In realtà sono stati la ricerca di un lavoro dignitoso e tracce di sangue svizzero nelle mie vene a catapultarmi in una valle che sembra replicare la Valtellina, con l'uva, le concessionarie, il dialetto, la speculazione edilizia e la cultura montanara. Purtroppo non avevo previsto che in Svizzera avrei dovuto lavorare sul serio e che nella buca delle lettere avrei ricevuto più fatture che cartoline dall'Italia. Mi sono così rifugiato nelle palestre di arrampicata in attesa di tempi migliori, resistendo alle proposte di Beno di bigiare il lavoro per andare a scalare, fino a che il bisogno di toccare roccia vera ha prevalso su tutto il resto..




Partenza: Brione (Verzasca) (792 m).
Itinerario automobilistico: da Tenero-Contra (Locarno) salire in Val Verzasca fino a Brione. Con permesso oppure in bici è possibile proseguire lungo la mulattiera che percorre la Val d'Osola fin dove finisce la strada.
Itinerario sintetico: Aghei di Là (m 994) - Cortesell (m 1353) - Lancioo (m 2100 ca) -  Punta Rasiva (m 2684) - attacco Cresta Sud (m 2377) - Lancioo (m 2100 ca) - Cortesell (m 1353) - Aghei di Là (m 994)
Tempo  previstoca. 9 ore per l’intero giro (pennichella e spuntini compresi).
Attrezzatura richiesta: corda (20 metri), casco, imbraco, cordini, fettucce, una sosta attrezzata.
Difficoltà: 3 su 6.
Dislivello in salita: circa 1700 m.
Dettagli: PD+. 


Dopo una rovinosa scorribanda sul Monte Rosa, dove i crampi mi hanno fatto decollare gli sci e ho dovuto usare il gomito come freno, squarciandolo, ho trascorso qualche settimana a desquamarmi finché ho rimesso nuova pelle. Meta successiva, dal nome non molto rincuorante, la ticinese Punta (Ab)Rasiva. Per raggiungerne le pendici ci tuffiamo in Val Verzasca risalendola fino a Brione. Dopo una ricerca a tappeto dell'accesso alla Val d'Osola finalmente l'abitato smette di mutare la forma delle vecchie contrade coi nuovi caseggiati, rivelando una mulattiera. Immaginando di muoverci sulla cartina spiegazzata tra le mani, notiamo che ci affianca una serie di ponticelli, ma ne perdiamo il conto. Così, lanciando uno sguardo alla montagna, ci accorgiamo che da un po' ci invitava a salire. "Andiamo a prendere la traccia per Cortesell!". Il pendio è molto scosceso e il fogliame rotto da alberi e pietre ben radicate. Lo scarpone destro, risentito dalla lunga assenza del calcagno, mi azzoppa con una vescica fulminante. Mi ingegno su come appoggiare la pianta del piede per rendere comodo il dolore. Il bosco ci ammaestra finché sbuchiamo su un sentiero fresco di pulizia. E' dal fondovalle che le notizie mondane affollano i pensieri, ma sveltendo il passo siamo già in prossimità dell'alpeggio, ultimo segno antropico, dove è possibile seminarle. Qua e là baite implose mostrano timidi tentativi di rappezzarsi, i prati sono ben rasati. L'ultimo focolare dispone addirittura di una cabina telefonica riadattata a cesso panoramico, e anche se la carta è finita da un pezzo lo sciacquone è in perenne attività, con lo scroscio di un ruscello. Proseguendo ributtiamo gli occhi sopra di noi. La montagna rinnova il suo invito ad abbandonare il sentiero, e sulla mappa i greti dei torrenti prendono le sembianze di scalinate. Scegliamo la vena acquifera che all'incirca seicento metri di dislivello più tardi bagna la pista diretta alla Corte di Gemogna. Quando scolliniamo nel suo ripiano, scorgendola in lontananza, facciamo un picnic frugale tra alcuni massi rivestiti di alghe secche. A stomaco pieno l'arte fotografica e sadica di Beno rinsavisce. Mi chiede di appendermi su questo granito infido, incorniciato tra cielo, Sgemogna e ricoveri sottostanti. Un nòcciolo di roccia si disfa tra le dita e cado col culo sulla visega: il servizio fotografico è finito. Dapprima stuzzicati dalla cresta sud l'intuito di Beno ci guida invece a scoprire il punto debole della cresta est. Troviamo i primi ometti, e lungo questa scala a chiocciola schiacciata sulla parete si apre il paesaggio. Lontane catene innevate si avvolgono di una coltre bluastra, e sui pendii sottostanti si sdraiano macereti dove a strappi emergono mantelli di erba spenta. L'inverno è stato severo qui. Quando finalmente gli scarponi toccano cresta vediamo che anche sull'altro versante le nevi stanno diventando pozzanghere. La fiacca non duole più e dev'essere diventata un tutt'uno con la calza troppo spessa, perfetto. Un facile saliscendi che a volte richiede l'uso delle mani e un paio di capriole ci fa rotolare in vetta. "Due gallette e siesta?" Forse l'ho soltanto immaginato ma la proposta prende forma mentre cerchiamo giacigli asciutti al riparo dal vento e apriamo i nostri sacchi traboccanti di leccornie. Acqua, due croste di formaggio, briciole non meglio identificate ed ecco che Beno già si imbozzola appena sotto cima, lesto a ronfare. Io preferisco restare ai piedi della croce, ma non per pregare: cerco disperatamente un sasso incastonato di incredibili minerali lucenti da portare alla morosa. Invece, rugando qua e là, proprio sotto la croce estraggo da un cumulo di pietre una custodia metallica tutta graffiata. Apro il gancio e ne scivolano fuori due miseri fogli di carta. Recano varie gioie di escursionisti che sono arrivati fin qua. Scrivo una frase che dimentico subito e firmo per entrambi. Riponendo il diario nel suo antro noto un grumo di ghiaccio. Sembra una miniatura di ghiacciaio ritiratosi nell'ombra, quasi per sfuggire all'ennesima estate torrida. Gli zaini hanno sputato fuori anche le giacche di piuma d'oca. Presto, cullati a sufficienza da una brezza singhiozzante, siamo in piedi, scattiamo alcune foto ricordo e decidiamo al volo di scendere dalla cresta sud. Sinceramente non ho voglia di ripercorrere la via dell'andata, dandomi l'impressione di doverla fare camminando all'indietro. Mentre ci accingiamo a divallare un ronzio che già avevamo udito si palesa a poche centinaia di metri da noi. Un velivolo leggero della Federazione Elvetica è impegnato in una serie voltastomaco di giri della morte. Memore del recente schianto avvenuto sul Monte Legnone cerco di non rendermi un bersaglio facile e incalzo Beno a proseguire, mentre non è chiaro se voglia scattare una foto alla scena o abbattere il mezzo. Scendiamo ancora infagottati nei nostri pigiama, ignari di cosa riserba la prossima gobba, quando all'improvviso la terra finisce. Beno ricorda che dal basso si intravedevano un paio di intagli poco rassicuranti. Eccone uno. Impalati su un'ultima balconata rocciosa ci affacciamo sul punto in cui la cresta è sprofondata. Il pilota ci passa accanto. Lo guardo sfrecciare beffardo, e mi chiedo se non possa suggerirci la via. Oltre il baratro si erge un gendarme dalla punta spianata, e su di esso un mucchietto di pietre. "Quello è un ometto?" "Sì, ma come ci si arriva?" e in tutta risposta scintilla qualcosa in una nicchia sottostante, conficcato sul solido ciglio. "Un chiodo!" e di lì un invisibile disarrampicata scivola su scaglie nude fino a poggiare su di un masso volante. Questo sembra proprio far da ponte col gendarme. Annodato il buon vecchio mezzo barcaiolo assicuro il leggermente meno vecchio Beno mentre vive il suo momento d'aviatore. Ogni suono si assottiglia fino a scomparire. Ogni movimento è studiato a fondo. Il tempo si è giusto fermato quando esclama: "Dammi corda, sono atterrato!" Balza agilmente sul gendarme di fronte e lo setaccia in cerca di altra ferraglia o fettucce imbevute di maltempo che passati alpinisti potrebbero aver lasciato. Non c'è niente. Soltanto quell'ometto solitario che ha trovato la nostra compagnia e non vuole mollarci. Dall'alto il torcicollo mi costringe a guardare sempre nello stesso punto, a lato della cresta, dove filtra del vuoto fatto di luce e soffice erba. Sarebbe bello se fosse l'uscita, con tanto di cartello e freccia. Intanto Beno ha deciso di buttarsi nella trappola appena sorvolata. Infatti all'altra estremità dell'apertura spunta una piramide di detriti che fanno da tappo. Ho sempre partecipato a calate il più possibile dritte, a piombo, pena una ramanzina dello stesso Beno. Così questa discesa a spirale frulla in un secondo tutto quello che so della montagna ma non cambia di una virgola quello che penso del compagno di gita. E un dubbio sorge spontaneo: sono anch'io un delinquente? Tengo saldamente la corda, la cedo con parsimonia alla voce che riecheggia, e aspetto. "Ci sono due cunicoli qua sotto, provo a vedere se ci si passa!" Rimango stordito: "Cosa hai detto?" "Dammi corda che mi infilo!" Con la pazienza di un pescatore che manda a spasso la sua esca mi concentro sul robusto intreccio di fili e fibre, accompagnandolo in modo che non si laceri, liberandolo che non si riannodi, facendo lavorare il nodo affinché frizioni bene. Tornato a portata d'orecchio Beno mi comunica che posso raggiungerlo così facciamo il punto della situazione. Allestisco la discesa e comincio a camminare all'indietro, proprio quello che volevo evitare! Dopotutto non è male fare da esca. Con pinze e rovesci, spalmando le punte degli scarponi, mi diverto a raggiungere il macigno sospeso, e visto che nelle situazioni peggiori va sempre di moda, mi faccio immortalare mentre con le dita faccio una v dai molteplici significati. Quindi seguo la traiettoria di Beno, giù fino alla base della fenditura. Non si sa dove mettere i piedi in questo posto angusto dove sarebbe meglio non mettere piede. Il punto della situazione è che non siamo speleologi, e che Beno crede di potersi spremere in uno spiraglio largo quanto un'anguria. Mentre prova ad allargarlo a suon di pedate lo prego di imboccare l'altra strada prima che il pavimento crolli. E' una grotta stretta e gelida. Ci passa prima Beno, che di nuovo scompare chissà dove. Lo assicuro nell'unica maniera possibile, a mano. E la mano di chi mi depositerà a mia volta? Lo domando a Beno alle prese con una delicata disarrampicata. "Metto dentro qualcosa, dopo vedi!" Calmo i bollori da ammutinamento e ritorno a fare l'alpinista. Finalmente dopo un tempo incalcolabile sento la corda allentarsi, è arrivato. Ora tocca agli zaini. Affranco il primo con un otto e lo spingo tra le pareti finché sbuca, quindi faccio partire la teleferica. Subito viene bloccata da una cengia e a strattoni devo riavviarla fino a sentire di nuovo la tensione della corda. "Primo pacco arrivato!" Stessa operazione per il secondo. Resta ancora un carico, il sottoscritto. Restandovi legato butto giù la matassa di corda restante. Mi divincolo grattandomi la schiena nello stretto passaggio, grato di non essere claustrofobico, fino a sbucare col muso all'aria aperta. In pratica la montagna mi sta procreando ma il cordone ombelicale è uscito prima di me. Una manciata di metri da scalare. A gattoni, e spostando un arto alla volta, raggiungo il rinvio montato da Beno poco sotto e con un salto raggiungo la terra ferma. Dopo aver letto l'orologio ci guardiamo straniti essendo trascorsa un'ora da quando abbiamo tirato fuori il cordame: un parto per davvero! Una blanda merenda ci rimette in marcia giù per il vallone, intenzionati a calpestare la traccia di salita. Puntiamo ad alcune macchie di arbusti dove una linea impercettibile fa presagire un sentiero. Per qualche illusione ottica o semplicemente per pura coincidenza non si trova lì ma poco distante. La cartina stropicciata ci informa che è un tratto non battuto in mattinata. E allora torniamo a urbanizzarci lentamente, facendo tesoro dell'esperienza che lasciamo alle spalle. Personalmente in tasca mi tintinna una manciata di minuscole pietre tempestate di micca. Sono un delinquente anch'io.

Poncione Piancascia


Carlo incengiato, sullo sfondo l'alpe Gemogna e lo Sgemögna

Rampa ripida sulla normale al Rasiva

Salendo al Rasiva

Beno, insensibile alla fatica, sorride al Rasiva

Cresta Sgemögna

Verso Poncione della Marcia

Verso Rasiva

Verso Rasiva, cresta E

Monte Zucchero

In vetta

Arriva l'aviazione svizzera

Cresta E del Rasiva

Scendendo la cresta S

Disarrampicando nella crepa a m 2550

 Tut a post sopra la crepa

Sotto il passaggio chiave della cresta S

Di ritorno a Cortesell

La cabina telefonica riadattata a cesso panoramico




venerdì 3 settembre 2021

Piz Terri e anello della Greina

Il piz Terri dal laghet della Greina.
 

3 settembre 2021. Qualche foto e il video che ho montato sullo splendido anello escursionistico con partenza e arrivo alla diga del Luzzone nella valle di Blenio (Svizzera - Ticino). La gita che abbiamo compiuto, lunga oltre 30 km, attraversa il piano della Greina, coi suoi fenomeni carsici, tra cui il famoso arco di roccia alto una decina di metri e lungo una dozzina. Punto più alto dell'escursione è il piz Terri (m 3149), poggio panoramico sulle vette di Ticino e dei Grigioni. 

Col breve filmato che trovate in coda a questo post inauguriamo il nuovo canale video de LMD: https://www.dailymotion.com/lemontagnedivertenti


Il nostro itinerario, che richiede 12 ore di marcia - © swisstopo.ch



Il lago del Luzzone da Garzott.

Il lago del Luzzone all'alba, con le sembianze di un fiordo norvegese.

Il torrone di Nav e la punta di val Scarandra.

Il torrente della valle di Güida.

Salendo al passo di Güida.

In vetta al piz Terri.


Il piano della Greina.


Il piano della Greina.


Eriofori a perdita d'occhio.


Sull'arco di calcare della Greina.


Riprese e montaggio: Beno (www.lemontagnedivertenti.com)
Strumentazione: DJI mini 2, Pentax k1 con Pentax con 24-70 mm f/2.8, Ricoh GRIII , Pentax KP con Sigma 17/70 mm f/2.8-4
Musica: Il cammino della montagna (brano scritto da Ilario Longhi e Araldyca - registrato presso Art&Music Factory).

sabato 31 ottobre 2020

Cima d'Aquila (m 3127)

La cima d'Aquila e i nostri tracciati di salita e di discesa visti dall'alpe Scaradra di sotto.


Parrebbe che lunedì sia caduta un sacco di neve in alto: 50-60 cm a m 2400 sulle Retiche e sulle Lepontine, 70 cm sulle Orobie. Sulle Orobie ne è rimasta tanta di certo, la si vede. Il Roby Ganassa è stato a sciare in val Gerola. 
Sulle Retiche e sulle Lepontine però ho il presentimento che il sole di questa settimana l'abbia già giustiziata, per cui decido di lasciare sci e ciaspole a casa per non rigarli e partire con Gioia alla scoperta della val Camadra (comune di Blenio - Ticino).  
Ma di questa decisione ce ne pentiremo sempre più durante l'ascesa alla panoramicissima cima d'Aquila, vetta a m 3127 che ha ricevuto ufficialmente nome solo nel 2017, come riportato nel libro di vetta custodito sul montante della luccicante croce d'acciaio che ne addobba la sommità.

Base ©swisstopo.ch

Dall'autostrada Svizzera che sale verso il Gottardo da Lugano/Bellinzona, ci stacchiamo a Biasca, quindi risaliamo la lunga valle di Blenio e, poco dopo Olivone, prendiamo a dx la rotabile che, infilandosi in una galleria, accede alla sospesa val Camadra. Alle case di Aquilesco iniziano tra i prati i tornanti per il lago di Luzzone (m 1606), bacino artificiale generato da un'alta diga ad arco. Ne percorriamo in auto l'aereo coronamento per infilarci in uno stretto tunnel che ci deposita sulla sua sponda meridionale. Uno sterrato costeggia il lago tra larici e abeti. Lasciamo la macchina nel piccolo spiazzo in corrispondenza di un enorme larice. Qui cominciamo a camminare sul sentiero per la val Scaradra. Dei cartelli danno indicazioni per l'alpe omonima e per il passo Soredra, nostro iniziale obbiettivo: vorremmo infatti da quel valico ammirare lo Zervreillahorn, un modesto m 2897 che pare aver rubato le forme al Cervino e che per esser avvicinato con breve escursione richiederebbe un viaggio in auto esageratamente lungo.
Inizialmente molto ripida, la pendenza cala quando superiamo la soglia sospesa della val Scaradra. Ai m 1800 dell'alpe Scaradra di Sotto già inizia la neve. Siamo in pieno nord, ma non me l'aspettavo. Il secondo gradone della valle lo guadagniamo per una ripida rampa che schiva i salti rocciosi. 35 cm di neve fresca.
Una buon'anima ha battuto la traccia per noi. Il sole ci bacia ai m 2180 dell'alpe Scaradra, disseminata di grandi massi. Il rifugio si trova poco a N su un balcone naturale. A S, come fortificazioni, i resti dell'antica morena del Ghiacciaio di Sorda.
Abbiamo già infilato le ghette, ma la neve è alta e ci bagna i pantaloni. Il cielo è impreziosito dai cirri velocemente trasportati e ricombinati dal vento.
Davanti a noi, presenza fissa dall'alpe Scaradra di Sotto, è una cima tozzamente conica, di cui non riesco a valutare né altezza, né distanza. 
Sul nevoso cordolo della morena del ghiacciaio seguiamo le orme fino a m 2500, poi capiamo che il battispista che ci ha risparmiato tanta fatica fin qui si deve essere arreso ai 50 cm di neve fresca e deve aver battuto ritirata.
A sx, non lontano, è il passo di Soreda. Però a dx c'è sia quella bella cima conica, che la possente barriera rocciosa del pizzo Cassinello. Così rinneghiamo le nostre intenzioni delle 8 di mattina e puntiamo più in alto.
Affondando fin sopra il ginocchio alle 12:15 siamo a pranzo del centro del ghiacciaio, accarezzati dal sole che ci fa tornare il sangue alle dita dei piedi semi congelate.
La parete del pizzo Cassinello da qui non offre punti deboli, così puntiamo a dx, dove quella cima conica, senza nome sulla mappa in nostro possesso, merita una visita anche solo per l'estetica. Poi chissà che panorama.
Attraversato il ghiacciaio, c'inerpichiamo sulla sempre più ripida, fredda e ombrosa spalla N (fino a 35°).
Qualche metro un po' gelato mina la tranquillità di Gioia, che senza ramponi preferisce legarsi con la corda per gli ultimi passi.
All'improvviso il sole in faccia e una croce d'acciaio che sberluccica addobbata con candelotti di ghiaccio ci danno il benvenuto sulla vetta.
Un tondo di rame addobbato in cui a rilievo è un aquila e la scritta 2017, spiegano il suo nome: come leggiamo nel libro di vetta, infatti, solo nel 2017 le è stato concesso un nome ufficiale, cima d'Aquila appunto, come il rapace, ma anche come il paese a m 774 in val di Blenio.
Dalla cima d'Aquila (m 3127, ore 5 - anche se noi nuotando nella neve ci abbiamo messo qualcosa di più) il panorama è sterminato: dal Monviso, al Rosa, dal Tödi al Tambò, al Bernina e al Roseg, fino alla vicina Adula, dove dai m 3400 della vetta tre sciatori stanno disegnando serpentine nella neve polverosa riempiendoci d'invidia. Ah, lo Zervreilahorn? Lo si vede anche da qui, ma essendo che cime più elevate lo circondano fa una ben più magra figura rispetto a come si presenta nelle fotografie scattate da N.
Per la discesa sfruttiamo la cresta E, meno ripida, più soleggiata e panoramica. Poi ghiacciaio e la traccia dell'andata.
Cosa insolita per noi, siamo di ritorno all'auto che non è ancora buio. Nuvole infuocate colorano il lago di Luzzone e accentuano l'arancione dei larici che il tramonto sta spogliando degli aghi per consegnarli all'inverno.

A m 1900. A sx la punta di val Scaradra e il Torrione di Nav.

Tra luce ed ombra.

A m 2100. Sullo sfondo uno spicchio del lago di Luzzone.


Sul ghiacciaio di Sorda 60 cm di neve fresca.

In vetta alla cima d'Aquila.

Panorama dalla cima d'Aquila.

La cima d'Aquila dal ghiacciaio di Sorda.

Le ultime luci in val Scaradra.

Ma quanto è grande il tronco di questo larice?

Tramonto da cartolina sul lago di Luzzone.


sabato 1 agosto 2020

Sasso Manduino (m 2888) - Via Schiavio

Dal Trivio di Fuentes spicca nel groviglio di montagne che fanno da spartiacque tra Valtellina e Valchiavenna: il Manduino pare una cima delle Dolomiti. Invece è uno scoglio di granito, di una bellezza così netta e immediata che una persona di via potrebbe indicarlo ed esclamare "il famoso Badile!" Ebbene no, coi suoi camaleontici 2888 metri il Sasso è una meta più modesta e cionondimeno un indubbio spasso.

 Tramonto sullo spigolo SO del Sasso Manduino.

Partenza: Mezzolpiano (m 300).
Itinerario automobilistico: da Novate Mezzola (circa 10 km dal trivio Fuentes) imboccare
sulla dx, poco dopo la stazione ferroviaria, la strada per la frazione di Mezzolpiano (m 300), dove si posteggia l’auto.
Itinerario sintetico: Mezzolpiano (m 300) – San Giorgio (m 748) - Tracciolino - Cola (m 1018) -  In Cima al Bosco - alpe Ladrogno (m 1700) – Sasso Manduino (m 2888) per lo spigolo O - discesa per la via normale - alpe Talamucca (m 2070) - Moledana (m 1025) - Verceia (m 200).
Tempo  previsto:  15 ore per l’intero giro.
Attrezzatura richiesta: corda (60 metri), casco, imbraco, cordini, fettucce, friend (una serie fino al 2), nut, eventualmente ramponi per l’attacco. Soste attrezzate.
Difficoltà: 4.5 su 6.
Dislivello in salita: oltre 2600 m.
Dettagli: AD+. Scalata molto interessante su roccia (IV+) di buona qualità (tranne nell’avvicinamento allo spigolo). 9 tiri di corda dalla bocchetta del Manduino. Se li si fa lunghi ne bastano 7.
5 calate da 15, 30, 30, 15, 30 sulla normale (versante E).
Accesso lunghissimo.

  Mappa del percorso (in realtà noi non siamo saliti da Codera, ma questa l'avevamo già in casa pronta!)

  Ci troviamo nel tardo pomeriggio a Verceia, tutti a nostro modo cotti dalla giornata. In quanti siamo? Troppi, secondo gli standard alpinistici ufficiali, e non al completo. Così, ancora prima di prendere il pane, si comincia a bere. In realtà per Cavallo e Sara, in trasferta dal luinese, è la continuazione del brindisi iniziato a mezzodì in val Gerola. Beno chiama Gioia al telefono, dice che sta arrivando e di non esagerare con la birra, da che pulpito! Spostiamo gli occhi gli uni sugli altri, i bicchieri ormai seccati, e ordiniamo l'ultima spillata. Una volta riuniti decidiamo di darci refrigerio al lago. Quasi forziamo la portiera di una macchina che assomiglia alla nostra, chiedendoci perchè la chiave non funziona: abbiamo proprio bisogno di un tuffo. Presto detto. Al lido, davanti alla casa degli svizzeri, ci immergiamo nell'acqua tiepida. Questa raggela non appena la spiaggia sprofonda e viene raggiunta dalle correnti del Vallone, infido torrente che si immette nel lago di Mezzola. Notiamo dei ragazzini che si buttano da uno spiazzo a livello della strada vecchia, al di qua del guard rail. "Andiamo a buttarci", propone Beno. Lo facciamo solo noi uomini, sprezzanti dell'ignoto, e tra un banzai e l'altro le donne in ammollo venti metri più in basso ci guardano, sagge nel portare avanti la conservazione della specie. 

 Raccolti gli stracci, e lasciata una macchina a Verceia, andiamo con l'altra nei pressi della cava di Val de Munt. Qui ci incamminiamo per San Giorgio, carichi all'inverosimile. L'afa si fa presto beffe della freschezza trovata al lago e cominciamo a grondare come in una sauna. Dapprima chiacchierando poi condannando il caldo sorpassiamo una parte di sentiero franata di recente. Qualche alito di vento ci aiuta al crepuscolo, nei pressi di alte mura, che sembrano rovine di un castello. Si tratta invece di costruzioni legate a una cava in quota, nascosta sulla sponda della val Revelaso, e la cui conca biancastra è ben visibile dall'Avedee. Ecco San Giorgio col suo clima di festa, della musica nell'aria, bambini e ragazzine che giocano. Ci abbeveriamo, stringiamo i lacci delle scarpe e continuiamo fino ad intercettare il Tracciolino dove teniamo la salita, seguendo le indicazioni per la Cola. Devono essere circa le dieci quando raggiungiamo la quota 1000 metri del borgo. É deciso, dormiremo davanti al sagrato della chiesetta. A sud est la luna prende il colore arancio della sabbia del deserto, sempre a spasso sulle alpi. Ci laviamo a pezzi o entrando direttamente nel lavatoio. Un branco di hippies. E mentre asciughiamo all'aria mite del posto mangiamo riso e Storico ribelle. Condividiamo anche un po' della mia Petuccia dal Friuli, mentre della grande zucchina del mio orto nessuno si fida. Per dolce il croccante alle mandorle di Sara. Dopodiché voltiamo l'angolo e raggiungiamo i nostri sacchi a pelo. Qualche zanzara cerca di dormire con noi ma la respingiamo. In sottofondo l'unico abitante che si fa vivo tiene la tv accesa fino all'una di notte, alternando sbadigli animaleschi al suono impertinente delle pubblicità. Mi domando come sia possibile, e vorrei avere la forza di alzarmi e sabotargli l'antenna. Alle 3,30 la sveglia. Sara si mette a sedere come una molla, anche noialtri più che uscire dal sonno prendiamo a divincolarci nel sacco, cercando la posizione eretta. L'unico veramente addormentato è Beno, che dormirebbe anche sotto le campane a festa. 

Una rapida colazione a caffè latte e siamo pronti per completare l'avvicinamento. Cavallo, in pantaloncini attillati da ciclista e camicia da messa, viene sorpreso dal signore della tv accesa. È ancora sveglio! Non si capisce da dove proviene la voce, nel buio pesto, ma chiede "'n du vet?". Appurata la nostra meta, approva con un ultimo mugugno. La risalita della val Ladrogno è lunga, non c'è storia. Al buio mi sembra di perdere piu volte l'orientamento anche se lo stretto sentiero è uno, non si può sbagliare. Il frontalino attira nugoli di insetti così lo tengo in mano. Le corde da 60 metri nello zaino e tutto l'ambaradam si fanno sentire. Per gli altri stesso discorso, tant'è che in una scena un po' surreale vedo i compagni disfarsi delle tolle di riso avanzato, rovesciandolo alla mercè dei molti ungulati che abbiamo sentito scuotere le fronde nell'oscurità. Nei pressi di in Cima al Bosco, dove si pensava di dormire inizialmente, scopriamo che non c'è acqua bensì un prato vorace pieno di insetti carnivori. Ci è andata bene. Procediamo a strappi o falsipiani, incuneandoci nella val Ladrogno e bagnandoci le suole nei suoi ruscelli. Via lattea e stelle cadenti ci sormontano. A sinistra cerco con insistenza la sagoma della punta di Bresciadega, ma vedo solo Mot Luvré e cima di Lavrina fondersi con la linea crestata delle pinete e dei lariceti. L'alba ci prende su alcune dorsaline in zona alpe Ladrogno. Quando sembriamo ormai fuori traccia, dopo una ravanata fra radici, erba alta e buascia di cavallo, rinveniamo il sentiero. Sopra di noi un concentrato di luci segnala che il Casorate Sempione ha ospiti svegli. Ci terremo sulla destra finché voltandoci avremo il bivacco alle spalle e un trio di persone alle nostre calcagna. Davanti a noi l'intaglio di partenza della via Schiavio e il Manduino, che sotto cima, sul versante nordest è caratterizzato da cenge e venature parallele di roccia chiara. Dobbiamo disegnare un itinerario non bollato, fra rododendri, mirtilli un po' appassiti, roccette, zolle erbose, anticipando eventuali inciampi in buchi nascosti alla vista. Dopo un canale instabile, circondati da genziane purpuree, e alcune comode placche, scovando qua e là dei fiori di arnica, una facile paretina fa guadagnare il dorso di una costola rocciosa abbastanza esposta. La seguiamo fino a un caminetto da disarrampicare. Dietro di noi il trio ha colmato molto rapidamente la distanza e scambiamo qualche parola amichevole. Durante l'ultima ora è stato un gran passamano delle tre paia di bastoncini che lungo la via abbiamo cercato di distribuirci per agevolarci. Mi ritrovo a stringerli nel palmo tutti quanti e dalla sommità del camino li passo a Beno e Sara cercando di non trafiggere nessuno. Per far sì che tutti si godano la giornata, decidiamo di appostarci appena sotto l'attacco, su terrazzate di roccia lievemente inclinate, e farci precedere dal trio milanese-comasco. Il piano prevede rifocillarsi e passare almeno un'ora a gozzovigliare. Notiamo però che il loro incedere è più tranquillo del previsto. Lo Storico ribelle ci ha rigenerato, e senza dire nulla tutti si stanno preparando. Mentre la cordata di vicini si sposta a sinistra del primo canale di rocce semimobili, noi lo risaliamo slegati tenendo il lato opposto finché possibile. Beno poi ci aspetta sopra un salto e mi chiede di evitarlo insieme agli altri aggirando una linguetta di neve sulla destra per poi ricongiungersi grazie a un traversino. Da lì ci portiamo a uno spiazzetto, alla base dello spigolo, dove un caratteristico foro fa da spioncino su un vallone laterale piuttosto dolce della altrimenti vertiginosa e immane parete ovest. È il momento di tirare fuori le corde. Beno sale da primo e dietro di lui la corda blu con Cavallo e Sara, mentre la rossa è mia e di Gioia. In quest'ordine inizia il divertimento. Siccome il sole sta battendo sul versante opposto, facendo bollire la roccia, lo spigolo si trova nel punto più riparato possibile e alla quota 2600 circa abbiamo infilato giacche o pile. Io e Beno saliamo con scarpe da trekking leggere, scegliendo la comodità ad ogni costo, mentre gli altri decidono di massaggiarsi i piedi con le scarpette da arrampicata: la roccia è abbastanza ispida da soddisfare tutti i palati. L'unica maniera di descrivere l'arrampicata è 'divertimento allo stato puro'. La vista è grandiosa, il luogo quasi confortevole. Essendo in coda con Gioia chi ci precede deve liberare soltanto la propria corda dai rinvii che poi smonterò. "Filo rosso o filo blu?" La spensieratezza si spreca e tuttavia ci mantiene concentrati, disinnescando qualsivoglia fremito. Poco dopo l'inizio dell'ascesa raggiungiamo il trio e ci salutiamo. Le voci di Beno e del loro capocordata ogni tanto piovono confuse dall'alto, sicché ci aiutiamo a distinguerle. Cavallo e Sara sono due caprette ma io e Gioia non siamo da meno. Ogni volta che ci ricompattiamo mi sposto avanti per dare corda a Beno, in due occasioni col secchiello. Siamo una bella squadra, sollazzati al punto che propongo di farci un autoscatto. Ormai prese le distanze dall'altra cordata ci portiamo all'altezza della loro guida, anche lui sorridente e molto felice della gita. Un ultimo camino acrobatico e uno dopo l'altro ci ritroviamo impoltronati sulla vetta. Si crepa di caldo, e in men che non si dica metto la sola camicia da matrimonio. Cavallo estrae prontamente delle scamorzine che avranno vita breve. Poi a turno, sciolte le briglie, ci spostiamo qualche metro più sopra, sul cocuzzolo della vera cima, ogni volta dimenticandoci di portare il Corti per la foto di rito. 

Il Sasso Manduino è un sasso per davvero. E va cavalcato. Avendo messo in archivio la via mi fa un po' specie stare lassù, vicino a Beno che se la spassa come un assatanato. Una volta arrivati i vicini di scalata, Beno suggerisce loro quante calate fare, conoscendo la zona a menadito, e offre di usare la nostra corda già allestita. Dopo un po' di remore accettano. La discesa in doppia dalla normale avviene senza imprevisti, se non quando il nodo galleggiante di giunzione tra le corde trova quell'infinitesimale percentuale di incastro. La tecnica di recupero di un capo e poi dell'altro non funziona e Beno è costretto a risalire per districarla. In fondo un canale depositerebbe una volta per tutte nella val dei Ratti, ma un sentierino erboso a noi noto consente di evitarlo. Nel canale di marciumi sta per calarsi l'unica ragazza del trio che all'improvviso lamenta una sassaiola da parte nostra. Stupiti, dato che siamo su prato e al di fuori del canale, gli comunichiamo che non siamo artefici del disgaggio, risolvendo l'equivoco. Intanto lei urla il nome dei propri compagni a gran voce. Si avverte una nota di tensione, e come biasimarla: il rischio di una grandine di pietre non piacerebbe a nessuno. Giunti in fondo, decine di metri più in basso rispetto all'uscita del canale, stiamo per traversare la valle in direzione alpe Talamucca. Più sopra vediamo i due dell'altra cordatina armeggiare con le doppie che hanno preferito al sentiero, mentre la ragazza li sta raggiungendo. All'improvviso un macigno grande quanto un pallone da rugby saetta a pochi metri dalla testa di Sara che per fortuna non aveva ancora tolto il casco. Di buona lena siamo tutti invitati a levarci da lì sotto. La discesa procede su ginocchia stanche, ma all'insegna del buonumore. Di tanto in tanto guardiamo a che punto sono quelli dietro di noi, sempre più lontani, realizzando che il generoso passaggio in auto offertoci in cima - col loro veicolo dal Tracciolino fino a Verceia - non potrà avvenire. 

In vista della località Camerate, un belvedere con una baita, si dipana una fila di trenta asini. Prima di raggiungerli, sperando di mangiare un boccone in loro compagnia, mi riempio le guance di Achillea da masticare, amara il giusto per non pensare temporaneamente al cibo. Finalmente incrociamo gli animali accarezzandone qualcuno, e ai piedi dello stallone abbiamo una brutta sorpresa: un asino morto stecchito, le gambe ritte, la lingua fuori. Sembra un giallo, in quanto non presenta segni di ferite o collusioni. Dall'altra parte una seconda carcassa, meno recente. Vipere? Boccone avvelenato? Non si sa. Nel frattempo ha preso a piovigginare e siamo costretti a rimandare la merenda. La facciamo sotto le frasche di un possente abete. Inzuppati aspettiamo di asciugarci e che il temporale in agguato scarichi da un'altra parte. Trangugiamo quasi tutto quello che capita a tiro fuori dagli zaini, al che propongo di nuovo la mia zucchina e stavolta solo Gioia, forse grata della nostra collaborazione lungo lo spigolo del Manduino, ne accetta un cantuccio. Non fa il bis. A questo punto riorganizziamo gli zaini. Mi libero dalla corda cedendola a malincuore a Sara, non augurando a nessuno di piagarsi la schiena come mi è capitato nelle ultime ore, così da poter allungare il passo con Beno e raggiungere Verceia un'ora prima, recuperare la seconda macchina a Mezzolpiano, e riportarci con entrambe alla fine del sentiero, in attesa degli altri. Così è stato, almeno fino a Moledana e alla diga sottostante, corricchiando nelle discesine e dissetandoci alle sorgenti. Ma una volta abbandonato il Tracciolino e sbucati nella strada sterrata, il passo è diventato una corsa a rotta di collo giù per i sentierini che fanno le mountainbike. Ancora sensibilmente zavorrati e dopo un paio di storte notiamo una gip grigia in discesa. La proposta indecente è quella di arrivare prima di quella al prossimo tornante. La manchiamo di poco e vedo che Beno vuole desistere allora lo sprono ad aumentare il passo. Dopo aver sfidato la natura per un giorno intero ci siamo messi a sfidare la tecnologia (e le nostre articolazioni). Sfrecciando nella polvere ci accorgiamo che da troppo tempo non compare un tornante. Non importa, si continua! Finalmente uno scorcio sul lago appiattito anticipa l'arrivo e dopo pochi minuti siamo sull'asfalto, davanti alle case. Ci passa davanti una gip grigia che Beno sostiene non essere la stessa dell'inizio. 

Siamo in orario per recuperare la vettura a Novate, puciare i piedi nel torrente Codera e riportarci all'imbocco del sentiero. Qui Beno prosegue al volante sperando di intercettare i compagni, ma non ha il permesso per la strada e una telecamera lo rispedisce indietro. Aspettiamo seduti sull'asfalto. Finalmente arrivano: siamo tutti stralunati e c'è solo una cosa da fare. Dopo un rapido bagno al lago giriamo i bar di Nuova Olonio trovandone uno con dei posti liberi all'aperto. Prima di salutarci sorseggiamo le nostre bevande ripercorrendo l'avventura di oltre 24 ore. Ma per qualcuno non è ancora finita, bisogna ritornare integri, chi a Sondrio, chi a Luino, e scolato l'ultimo bicchiere si riparte, forse più sobri, decisamente più cotti della sera prima.

 

 Tramonto sul lago di Mezzola

 Sul sentiero per San Giorgio di Cola

Sonnambuli a Cola 


 Al cospetto del Sasso Manduino

 Fiore di Raponzolo Orbiculare (Phyteuma Orbiculare)

Cavallo e Sara verso l'attacco sotto la costola esposta

 Sulla costola esposta  
  Dalla costola sullo sfondo: Mot Luvré, Cima Lavrina, Pizzo di Prata e Beleniga e sulla estrema sx il Pizzo Forcola
 Il foro alla base dell'attacco 

 Quarto tiro dello spigolo

Sosta al termine del quarto tiro

Sosta al termine del quarto tiro dello spigolo  
Via Schiavio, parte alta.

 Penultima sosta.
Penultima sosta

 

 Si ride sugli ultimi tiri della via Schiavio
 Cavallo e Sara ruzzano sul IV+ del penultimo tiro
 Ultimo ritrovo prima della adunata in vetta
Beno trova il sole e l'aquila sull'ultimo passaggio di V (aggirabile da dx, ma che val la pena forzare per un degna conclusione della salita), a un palmo dalla vetta

Ultimo tiro 

 Comodi in località Sasso Manduino, al completo anche la seconda cordata
A cavallo del cocuzzolo di vetta
 Sara si ricorda di portare anche il Corti, amico di Schiavio, sul cocuzzolo
 Beno organizza la prima calata
Calata dalla normale verso la Val di Rat