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venerdì 3 settembre 2021

Piz Terri e anello della Greina

Il piz Terri dal laghet della Greina.
 

3 settembre 2021. Qualche foto e il video che ho montato sullo splendido anello escursionistico con partenza e arrivo alla diga del Luzzone nella valle di Blenio (Svizzera - Ticino). La gita che abbiamo compiuto, lunga oltre 30 km, attraversa il piano della Greina, coi suoi fenomeni carsici, tra cui il famoso arco di roccia alto una decina di metri e lungo una dozzina. Punto più alto dell'escursione è il piz Terri (m 3149), poggio panoramico sulle vette di Ticino e dei Grigioni. 

Col breve filmato che trovate in coda a questo post inauguriamo il nuovo canale video de LMD: https://www.dailymotion.com/lemontagnedivertenti


Il nostro itinerario, che richiede 12 ore di marcia - © swisstopo.ch



Il lago del Luzzone da Garzott.

Il lago del Luzzone all'alba, con le sembianze di un fiordo norvegese.

Il torrone di Nav e la punta di val Scarandra.

Il torrente della valle di Güida.

Salendo al passo di Güida.

In vetta al piz Terri.


Il piano della Greina.


Il piano della Greina.


Eriofori a perdita d'occhio.


Sull'arco di calcare della Greina.


Riprese e montaggio: Beno (www.lemontagnedivertenti.com)
Strumentazione: DJI mini 2, Pentax k1 con Pentax con 24-70 mm f/2.8, Ricoh GRIII , Pentax KP con Sigma 17/70 mm f/2.8-4
Musica: Il cammino della montagna (brano scritto da Ilario Longhi e Araldyca - registrato presso Art&Music Factory).

sabato 6 luglio 2019

Cima dell'Uomo (m 2390)

Tra Bellinzona e Locarno, tra val Verzasca e val Leventina, a N del piano di Magadino, si alza la cima dell'Uomo (m 2390), montagna che deve probabilmente il suo nome all'ometto di pietra che ne addobba la sommità. A dispetto della quota modesta, si presenta fiera e rocciosa, con alte pareti dirupate sul versante settentrionale. La vetta è molto panoramica ed è raggiungibile senza particolari difficoltà partendo da più località. Esistono perciò vari itinerari che convergono negli ultimi metri dove - se non si vuole ingaggio alpinistico - il passaggio è obbligato. Perciò abbiamo deciso di salirvi transitando in testa alla valle della Porta e passando per la capanna Borgna e scendervi per la valle di Cugnasco, così da compiere un anello di grande soddisfazione.

La cima dell'Uomo dalla bocchetta di Medee.

Partenza: bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030).
Itinerario automobilistico: da Locarno (CH) si prende la pedemontana verso Bellinzona (o viceversa) fino a Gerra Piano. Qui, presso il ponte sul torrente, si segue la strada che sale verso i monti (indicazioni per Monti della Motta). Una decina di chilometri di strada tortuosa e stretta e si è al bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030). Un divieto ai mezzi non autorizzati impedisce di proseguire verso i Monti della Gana (nostra prima tappa), perciò parcheggiamo l'auto all'interno del tornante e proseguiamo a piedi.

Itinerario sintetico: bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030) - Monti della Gana (m 1286) -  Sassello (m 1673) - Forcola (m 1710) - capanna Borgna SEV (m 1912) - passo di Ruscada (m 2017) -  bocchetta di Medee (m 2150) - cima dell'Uomo (m 2390) - Corte di Cima (m 1757) - Corte di Mezzo (m 1525) - Monti della Gana (m 1286)  - bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030).

Tempo per l'intero giro: 8/9 ore.

Attrezzatura richiesta: scarponi.

Difficoltà:  2+ su 6.

Dislivello in salita: 1500 metri circa.

Dettagli: T3+. Gita su buoni sentieri segnalati in salita. Breve tratto su roccia attrezzato con pioli per la vetta. In discesa, dalla cima dell'Uomo alla Corte di Cima per una buona parte il percorso è per pascoli e pietraie prive di segnaletica e traccia.


© swisstopo.ch


Salita la stretta e tortuosissima strada che da Gerra Piano porta ai monti della Gana, lasciamo l'auto al bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030), in mezzo al tornante presso un obelisco di pietra, poichè un cartello di divieto ai mezzi non autorizzati ci intima di non proseguire oltre. Ci incamminiamo lungo la strada asfaltata in direzione SE, in salita, scavalcando la dorsale meridionale del Sassariente, ovvero quel picco roccioso con tanto di croce che bel si vede anche da Bellinzona. In corrispondenza della dorsale vi è un parcheggio sterrato e la strada piega a NNE sospesa sulla scarpata occidentale della valle della Pesta. La strada è priva di parapetti, come del resto lo era anche quand'eravamo in macchina: è un percorso che non perdona chi smanetta col cellulare anche mentre guida! Solamente il fitto bosco mitiga il senso di vertigine che si avrebbe, ma nel rassicurare mitiga pure il panorama che solo in un paio di punti offre scorci interessanti, sui monti della Gana o sulla prospiciente alpe Orino, dove si trova il rifugio omonimo. Il rifugio è ubicato su un promontorio prativo che si affaccia al fondovalle, orlato da boschi in cui spiccano le copiose fioriture bianche dei castagni. Vezzosa, ma coreografica, è il grande stemma elvetico evidenziato dal particolare sfalcio dei prati.
Ai Monti della Gana (m 1286, ore 0:45), siamo a un quadrivio con tanto di indicazioni. Scegliamo la mulattiera che punta ripida a NNE sulla dorsale, quella che il cartello decreta essere la via più svelta per la capanna Borgna. Superiamo le belle baite lanciando occhiate d'invidia ai possessori che seduti attorno a un tavolo si stanno gustando lo spuntino di mezza mattina. Gioia non si trattiene e urla loro un «Beati voi; quanto vi invidio; che fortuna vere una baita qui!». Ma uno dei proprietari ribatte ironicamente «Fino a poco fa non ci avresti invidiato che eravamo a tirar su il fieno!». I prati sono infatti freschi di sfalcio.
Rientriamo nel bosco che si è rimpossessato con le felci di ampi prati o pascoli abbandonati. Ne usciamo presso la radura a m 1498 che circonda un larice dalla chioma curiosamente asimmetrica e una graziosa cappelletta in sasso affiancata da una panchina in legno da cui si gode un superbo panorama sul lago Maggiore.
La nostra salita prosegue toccando Sassello, alpe la cui etimologia è presto spiegata dal grosso masso posto poco a monte delle baite, poi giunge alla Forcola (m 1710), affaccio alla valle della Porta, a cui accediamo dopo esserci un poco alzati verso ENE. Ci addentriamo nella valle a mezza costa, guadagnando quota per aggirare dall'alto una frana. Arriviamo così fino a m 1838, costretti poi dall'orografia a scendere a m 1729, e riprendere al salita, tra il tripudio di fioriture di rododendro e qualche masso, che ci porta alla capanna Borgna (m 1912, ore 2:40).
Il rifugio, di proprietà della Società Escursionistica Verzaschese e aperto da giugno settembre, è circondato da una palizzata che racchiude anche un secondo edificio a capanna e la fontana. È posto su un terrazzo dominato dal piramidale Madone e dalla turrita cresta del Madonetto. Tra di loro, a NE, è la quota m 2229, elevazione che separa la bocchetta di Cassane e il passo di Ruscata. Il sentiero segnalato (le tempistiche del cartello sono un po' "tirate") per il pizzo dell'Uomo punta a quest'ultimo (NE), e noi lo seguiamo dopo uno spuntino in riva al torrente.
Dal passo di Ruscada (m 2071), finalmente vediamo la cima dell'Uomo, da questa prospettiva davvero bella, tanto da suggerire un epilogo alpinistico della nostra gita. O almeno è ciò che si è spinti a credere osservando la cresta affilata e la parete rocciosa che ci parano innanzi. 
Siamo in testa alla valle di Cugnasco e puntando a NNE arriviamo alla bocchetta di Medee (m 2150). Traversiamo in salita, prima presso la cresta spartiacque con grande salto roccioso intramezzato da cenge verso le pietraie dell'alta valle di Moleno, poi sotto il roccioso cupulone sommitale della cima dell'Uomo. Calchiamo pietraie e accostiamo un fiero dente roccioso. Ci portiamo così a ESE della sommità dove, a m 2300, ha inizio un canalino che sfocia in un camino roccioso di una decina di metri dove sono stati infissi alcuni  pioli per scongiurare il pericolo che l'escursionista debba arrampicare su arditi passi di II grado. 
Dominato l'indomito passo, torna l'amico sentiero che tagliando verso O ci accompagna alla croce di vetta (cima dell'Uomo m 2390, ore 1:30), accanto alla quale s'erge pure l'ometto di pietra, figlio o parente di quello che ha dato il nome alla montagna. Chiediamo alle numerose pecore presenti appena sotto la vetta, ma non sanno darci ulteriori spiegazioni etimologiche, anzi sono infastidite dalla nostra curiosità sopraggiunta mentre buffamente si infilavano con la stesta nelle crepe della montagna a cercare un po' di ombra!
Panorama eccezionale? Credo di sì. Quand'è limpido sicuramente sì. Sotto di noi l’alpe di Ruscada che fa da palco al Sottoceneri, un vago miraggio simile al lago Maggiore a SO, ma l'afa e i cumuli che si stanno alzando offuscano tutto. Riconosciamo il Torrone Alto che ho traversato ieri, le cime della val Verzasca salite settimana scorsa, ma addirittura il pizzo Bernina, con l'inconfondibile Biancograt, il Disgrazia, Ligoncio e Sasso Manduino!
I tuoni e il cielo che si è scurito ci spronano a scendere velocemente.
Tornati alla base del cupulone sommitale seguiamo a S il sentiero per la bocchetta dell'Uomo e dove questo inizia a salire, lo abbandoniamo e senza sentiero traversiamo a SSO per pietraie, macereti e pascoli fino a prendere il sentiero di fondovalle della valle di Cugnasco presso il ripiano che precede le abbandonate baite in sasso di Corte di Cima (m 1770, ore 1). Gli ampi pascoli dell'alta valle di Cugnasco prendono il nome di alpe di Ruscada. Essendo il dialetto ticinese non lontano da quello valtellinese, suppongo che il toponimo indichi gli alberi privati della corteccia (rusca).
Giù ancora per sentiero sempre meglio definito fino a Corte di Mezzo (m 1525, ore 0:30).
Attorno alle baite capre, bambini e galline. Poi arriva un grosso cane bianco che abbaia inferocito. Spunta infine la sua padrona che ci intima di allontanarci senza «cagare il cane» poichè questo parrebbe essere un mangia-escursionisti.
Eseguiamo senza verificare la spietatezza del quadrupede e attraversiamo il torrente. Saliamo nel bosco fino a scavalcare a m 1580 le propaggini meridionali della cresta del Madonetto per accedere a un inquietante circo di rocce e boschi. Piove e i tuoni si fan sempre più forti, così come l'intervallo tra la luce dei fulmini e il tuono è sempre più breve: brutto segno perché significa che il temporale si sta velocemente avvicinando.
La traccia, bella larga, taglia a mezza costa sospesa tra i precipizi. È un percorso molto affascinante e panoramico, ma ad ogni bagliore di luce il nostro passo aumenta. Quando il sentiero inizia a scendere con decisione, per aggirare dal basso un'alta parete, all'improvviso avverto un senso di malessere. È come se l'aria che sto respirando sia calda e umidissima. Per me, che sono anni che frequento i monti in tutte le condizioni, è un segno inequivocabile: c'è tensione nell'aria. «Via, via: qui scarica!» urlo.
Se ci fermassimo in questo spazio aperto potremmo essere colpiti dal fulmine che sento Zeus sta per scagliare. Così iniziamo a far mulinare le gambe. Pure a Marco, mio compagno d'università con cui dopo ben 17 anni ci siamo ritrovati per una gita assieme, passa magicamente il mal di muscoli. Quando scappi al temporale sei investito da un grave senso di impotenza perchè sei consapevole che il tuo è solo un tentativo di portarti in una zona con più bassa probabilità d'essere colpito dal fulmine, ma alla fine sai che le nuvole e l'elettricità non sottostanno alle teorie su cui si basa il tuo piano di fuga.
Corriamo sotto la pioggia battente, con gocce d'acqua per niente fredda che ci colpiscono il viso.
Rientriamo nel bosco e corriamo ancora quando un bagliore intenso seguito da un tremendo boato ci raggiunge alle spalle. Il fulmine è scoccato proprio presso il sentiero dove l'avevo preconizzato. Ma non è detto che non ne seguano altri.
Corriamo ancor più svelti per allontanarci, fermandoci ad aspettarci ad ogni bivio: quale sia il sentiero principale è reso ovvio da bandierine bianco rosse, ma nella fuga sarebbe comunque facile sbagliare e dividersi.
Riemergiamo nei prati dei Monti della Gana (m 1286, ore 1:20) e torna il sole, che scaccia la pioggia e tutte le nostre paure. Marco, ringalluzzito dal pericolo scampato, ricorda gli insegnamenti del Politecnico che io ho rimosso e ci erudisce su quali siano i luoghi sicuri dai fulmini. Ad esempio se la casa non ha il parafulmini, questo potrebbe entrare. Perciò le vecchie baite in pietra non costituiscono un riparo sicuro al 100%. Gioia si preoccupa subito di casa nostra dove ho fatto io l'impianto. Io ci scherzo sopra. Poi indica una singolare cabina del telefono che si trova tra le baite ai Monti di Gana: «Quella farebbe da gabbia di Faraday, per cui si saremmo potuti chiuder dentro tutti e tre. Un po' stretti, ma meglio che prendersi un fulmine in testa.»
La gravità ci riporta all'auto in 25 minuti, poi riporta l'auto nel fondovalle dove salutiamo Marco. Lui torna dalla moglie a Germignaga, noi andiamo a Locarno Beach, come ho battezzato ironicamente il letto del torrente Maggia presso Locarno. Lungo il corso d'acqua vi sono numerose pozze in cui fare il bagno, circondate da spiagge in ciottoli e sabbia, o rocce levigate e intiepidite dal sole.
Lì ci rinfreschiamo e ci godiamo il tramonto tra i natanti.
Proseguiremo stasera in auto per Riale, in cima alla val Formazza, a cui approderemo attraverso la tortuosa strada della Cento Valli e della val Vigezzo.

La cappelletta a m 1498 sopra i monti della Gana.

Vista sul lago Maggiore e sul piano di Magadino dai pressi della cappelletta sopra i monti della Gana. 

Oltre la Forcola, entriamo alti nella valle della Porta.

Verso la capanna Borgna e il passo di Ruscada.

Esplosione di rododendri nella valle della Porta.

La capanna Borgna e il Madone.

L'itinerario dalla bocchetta di Medeee alla cima dell'Uomo visto dal passo di Ruscada.



Nel camino attrezzato per la vetta.

Nel camino attrezzato per la vetta.

Il traverso finale per la croce di vetta.

In vetta alla cima dell'Uomo.

Inaspettatamente prima di noi è stato qui l'amico Sandro di Luino.

Ricoveri per pastori all'alpe di Ruscada.

Corte di Cima.

Rieccoci ai Monti della Gana.

Le nubi avviluppano i boschi sotto l'alpe Orino.



giovedì 16 maggio 2019

Monte Torriggia (val Cannobina)

Dicevano che sulla sponda piemontese del lago Maggiore ci fosse una valle selvaggia, amata dai tedeschi, con forre profondissime e vertiginosi ponti che permettono di raggiungere i vari piccoli nuclei spersi. Tutti tra l'altro alquanto pittoreschi. 
Beh, ci sono stato e confermo: la valle è la val Cannobina che mutua il nome dal bel paese che si trova al suo sbocco, sul lago Maggiore.
La val Cannobina comunica tramite un valico poco elevato con la più famosa val Vigezzo, tributaria della val d'Ossola.


In fucsia la parte in bici, in rosso quella a piedi. © swisstopo.ch
La turrita cresta dei Gridoni vista da Monte Vecchio in val Cannobina.



Cosa fare domani? Non ne ho idea.
È già un buon punto di partenza.
Piemonte?
Ma sì, però con anche un po' di bici che ho un tendine in fiamme e fatico a camminare troppo.
Prenderò un traghetto da Luino, quello delle 7:50 per Cannobio e si vedrà.

Scopro quel mattino che non tutti i traghetti da Luino portano le bici, o meglio il permesso viene accordato al momento dal capitano.
Mi dicono che al ritorno servirà nuovamente il permesso.
Faccio cenno che ho capito e in cuor mio spero che stasera il capitano non abbia le palle girate e non mi lasci in Piemonte a barboneggiare, anche perchè ho 25 euro nel portafoglio e non credo di avere molto potere contrattuale con gli scafisti per rientrare con metodi alternativi.
Sono da solo sul ponte della nave col vento che mi fa un'acconciatura anni '80. La mattina è splendida, come tutte le mattine che mi prendo di riposo dal lavoro e parto senza una meta.
Sbarco a Cannobio e investo alcuni dei miei preziosi euro per comprare quattro schifezze da mangiare. In cassa, la commessa mi fa il conto in tedesco.
La guardo pensando "Ca l-a dic'?". Lei mi ripete il conto con un idioma a me sconosciuto. Io la riguardo sbigottito e aggiungo: «Ho tutta la buona volontà di pagarti, ma se mi dici l'importo in tedesco proprio non lo capisco!»
Lei sorride e mi spiega che quelli con lo zaino e la bici qui sono solo tedeschi.
Imbocco la provinciale della val Cannobina e inizio a entrarvi. Dopo pochi chilometri con una breve deviazione vado a visitare l'orrido e l'antica chiesa di Sant'Anna. Ai piedi del ponte ad arco accanto all'edificio sacro c'è una grande pozza di acqua smeraldina. Che tentazione di farci il bagno. Peccato che sono ancora col piumino perchè sebbene sia metà maggio, fa un freddo cane.
La strada sale decisa per un po', quindi torna a penetrare nella valle senza grosse pendenze. Il torrente è oltre cento metri sotto di me rinserrato in un'angusta forra. 
Sull'altra sponda della valle, e chissà come diamine ci si arriva, sono aggrappati vari nuclei di case. La vegetazione è rigogliosissima e rende ancor più selvaggio il paesaggio.
Ad un certo punto,  in località Il Ponte, sulla dx dalla provinciale si stacca la strada per Cavaglio San Donnino che attraversa la fondissima forra con un ponte altissimo, tanto impressionante che l'abuso di superlativo assoluto non è inopportuno, ma giustissimo! 
Continuo a pedalare dentro per la valle che dopo Lunecco piega a dx e si fa cupa. Quindi un ponte, poi un altro e il bivio per Spoccia (m 798), direzione che seguo. Una salita ripidissima mi porta in quel paese che pare un eremo, abbarbicato su un terrazzo solivo.
La meta possibile è ora chiara. Un Limidario fatto per i Gridoni, ovvero le possenti torri rocciose della su cresta occidentale. Tra tutto 1800 di dislivello contando i su e giù. Il mio tendine può farcela.
Lego la bici, torno indietro per la strada e prendo il sentiero per Orasso che entra in una vallecola eletta al regno delle zecche.
Ce ne sono ovunque e continuo a ucciderne e levarne dai pantaloni. Animalacci.
Mi fermo a osservare i fili d'erba e noto che su moltissimi ci sono già zecche in agguato, così proseguo saltando di masso in masso evitando ogni cespo d'erba.
Un bel ponticello e risalgo il versante opposto fino al pittoresco nucleo di Orasso (m 703): casette e intimi vicoletti che disegnano una trama simile alla ragnatela d'un ragno. A monte delle case parte una singolare mulattiera selciata che prende velocemente quota fino al maggengo di Monte Vecchio. Poche case e un rifugio. Oggi non c'è in giro anima viva.
Dietro il palco delle cime degli abeti appaiono all'improvviso come un miraggio I Gridoni. Delle torri poderose di roccia scura (saranno alte 500 metri buoni). Chissà come sarà attraversarle.
Intanto seguito a salire sul sentiero più stretto verso N per boschi fino a rimontare la cresta OSO del monte Torriggia (m 1703) a pochi minuti dalla vetta, che salgo svelto per godermi il panorama e capire dove si passa per I Gridoni.
Seduto accanto alla croce di vetta studio il percorso che dev'essere per cresta, ma poi le nebbie nascondono tutto.
M'incammino. Un'ora buona per arrivare dove iniziano quei torrioni, ma direttamente non si passa. Il sentiero li aggira da N, ma anche lì non si passa per la troppa neve flaccida, così torno indietro un po' per la cresta fino a beccare una cengia che taglia il vertiginoso fianco S di quelle pareti. La percorro per una mezz'ora, poi salgo ad una specie di colletto arrampicando (III) tra rocce non troppo sane e pericoli vari, tra cui un marasso che mi contende l'appiglio per la mano.
Sia lui che la presa non piccoli, per cui non lo vedo subito, ma sento solo un rantolare disperato. Mi guardo in giro cercando un qualche aereo nel cielo ma non ce ne sono. Poi mi volto ancora verso la parete dove vedo il serpentello color carne e dalla testa triangolare che soffia come un ossesso e si carica all'indietro per attaccare.
Maledizione. Dietrofront e cerco un'altra strada. Aggirato il rettile, scalato un canalino, giungo a una selletta in mezzo alla parete. È un punto cieco. Dovrei arrampicare verso la cresta subito, ma sono le 15:20 e l'ultimo traghetto è alle 19. Il mio tempo è scaduto e devo tornare indietro perchè di arrivare al Limidario e da lì scendere direttamente a Spoccia non se ne parla.
Disarrampico fino alla cengia e rientro correndo, questa volta evitando la vetta del Torriggia (la aggiro da N passando per l'alpe Pulonia), e giù a manetta. Alle 17:15 sono a Orasso. Quindi rifaccio il sentiero delle zecce, ora popolato da anziani tedeschi che passeggiano e siedono talora sul ciglio erboso della mulattiera a legger libri. Chissà stasera che prudere di zecche!
Spero che gli ematofagi siano già tutti attaccati ai  pantaloni teutonici, e non ce ne siano sui miei, ma non è così. A Spoccia me ne levo ancora 4 dalle braghe che nell'escursione pedestre ho quasi sempre tenuto prudentemente lunghe.
Bevo alla fontana e mi butto in picchiata con la bici giù per la val Cannobina, 18 km e mezzo di pedalata, arrivando con ben 15 minuti d'anticipo al porto, dove in biglietteria mi comunicano che il capitano ha dato l'ok per la mia bici. Sospiro di sollievo.
«Oh, un attimo di tregua per mangiare», mi dico e mi apparto su una panchina in riva al lago. Ma ecco che un qualcosa proveniente da dietro mi si appoggia alla spalla e poi mi si infila nella borsa del cibo. Mi spavento. Poi constato che sono il collo e la testa di un cigno accattone che prepotentemente mi invita a dividere con lui lo spuntino. Non volendo esser beccato da quelle fauci taglienti, mi piego alla sua arroganza e gli passo cioccolato e gallette, ma i biscotti me li tengo tutti per me, come del resto il formaggio di capra.
Finalmente arriva il traghetto. Il mio amico pennuto, che mi si dev'essere affezionato, accenna  a seguirmi. «Prepotentone, mica ti adotto!» gli urlo, e lui torna scornato a fare bullismo con quattro piccioni che stavano raccogliendo le briciole del suo pasto.





Sul traghetto Luino-Cannobio.

Il castello di Cannero. È stato acquistato da un abbiente uomo straniero che l'avrebbe voluto ristrutturare, poi la sovrintendenza ha bloccato tutto e da parecchio tempo quella brutta gru gialla campeggia sopra il castello a testimoniare lo stallo dei lavori.

Cannobio, sovrastato dal monte Giove e dal monte Faierone, anticime meridionali del Limidario.

La chiesa di Sant'Anna.

Monte Vecchio.

I Gridoni dal monte Torriggia.

Le prime torri dei Gridoni.

Alpe Pulonia.

Orasso.

Spoccia dalla provinciale della val Cannobina.



giovedì 2 maggio 2019

Il giro dei Ponti in val Tartano

Il giro dei Ponti è un percorso ad anello con partenza da Campo che si snoda tra le due sponde della bassa val Tartano attraversando ben 5 ponti, da cui l'appellativo di "Sentiero dei Ponti".
Da un lato il tracciato costituisce un valido complemento escursionistico al Ponte nel Cielo, panoramicissima quanto imponente passerella tibetana inaugurata nel 2018 e meta di massiccio pellegrinaggio turistico. Dall'altro è l'occasione per transitare per il ponte e la galleria risalenti agli anni '30 che, consentendo ad una carrareccia di valicare l'impervia forra terminale della val Vicima, ruppero finalmente lo storico isolamento tra Tartano e la Valtellina.
Eccovi alcune foto e lo schema dell'itinerario che troverete con altre magnifiche immagini nel n.49 - Estate 2019 de LMD, in uscita il 21 giugno.


Alla biglietteria del Ponte nel Cielo.

Ponte nel Cielo: sguardo verso Frasnìi.

Ponte nel Cielo: sguardo verso Campo.

Fioriture a Frasnìi.
  
Il ponte della Pescia.

Masunascia.

La baita della famiglia Bianchini a Masunascia.

Scendendo dal Fopp.

L'acqua della Ram, fonte ferruginosa.

La baita della Corna.

Singolare abete Rosso non lontano da Corna.

Il ponte della Corna.

Il vecchio ponte e il cavalcavia della Vicima.

Sul vecchio ponte della Vicima verso la galleria scavata negli anni '30.

Finestra nella galleria.