domenica 7 luglio 2019

Punta d'Arbola (m 3236) con giro dei laghi

Finalmente, anche se per caso, andiamo alla scoperta della val Formazza, molto frequentata da escursionisti e camperisti, puntando a visitarne una delle cime più rappresentative: la punta d'Arbola.
Il per caso dipende dal fatto che avremmo dovuto salire un 4000 nel Vallese, ma ieri abbiamo finito l'escursione tardi, così da Locarno, dov'eravamo in ammollo nel torrente Maggia, abbiamo optato per la più vicina val Formazza, anziché buttarci in Svizzera dal passo del Sempione. Il per caso implica inoltre che ci stiamo avventurando su una montagna senza uno straccio di mappa e basandoci esclusivamente su quel che mi ricordo dei posti in cui ero stato un mese fa sotto la pioggia, senza giungere da nessuna parte ed avendo brevi ed incompleti scorci del panorama ancora innevato.
Tornando alla vetta di giornata, la punta d'Arbola è quel cono di gneiss ammantato di colate glaciali che si trova al termine della valle del Sabbione, proprio sopra grande diga omonima che, dallo scioglimento dell'omonimo ghiacciaio, trae parte delle sue acque. La punta d'Arbola è una vetta abbastanza remota e faticosa da fare in giornata, pur avendo difficoltà modeste (pendio glaciale fino a 35° e talvolta qualche crepaccio goloso). Ma non paghi di ciò gli abbineremo un percorso ad anello con partenza da Riale e che avvicina 5 splendidi laghi, di 4 dei quali scopriremo il nome solo una volta a tornati a casa!


Il lago del Sabbione (ancora mezzo gelato a luglio e dopo settimane di caldo infernale!) e, in lontananza e coperta dalle nubi, la punta d'Arbola. 
Partenza: Riale (m 1731). 

Itinerario automobilistico: poco a N di Domodossola, a cui si giunge o con la SS33 del Sempione o con la SS337 della val Vigezzo, si imbocca verso N la SS 659 della val Formazza e della valle Antigorio. Dopo 38 km dalla galleria di Pontemaglio si giunge a Riale dove vi sono varie possibilità di parcheggio a pagamento (4 € al giorno in alta stagione). 

Itinerario sintetico: Riale (m 1731) - lago di Morasco (m 1815) - rifugio Somma Lombardo (m 2568 - posto sopra il lago Sabbione) - laghetto sotto il pizzo Costone (m 2617) - ghiacciaio del Sabbione - punta d'Arbola (m 3236) - passo del Vannino (m 2717) - lago Srùer (m 2330) - passo di Nefelgiù (m 2583) - alpe Nefelgiù (m 2048) - Morasco (m 1743) - Riale (m 1731) .

Tempo per l'intero giro: 11/12 ore.

Attrezzatura richiesta: scarponi, ramponi, piccozza, corda (uno spezzone per il ghiacciaio) e imbraco.

Difficoltà:  3.5 su 6.

Dislivello in salita: 2000 metri circa.

Dettagli: alpinistica F. Notevole è lo sviluppo. La parte alpinistica si limita al ghiacciaio del Sabbione che tra i m 3050 e 3150 tocca i 35°. Crepacci ne abbiamo visti pochi e non ci han dato problemi. 

© swisstopo.ch

Dove eravamo rimasti? A Locarno Beach, dove ci trovavamo immersi nel Maggia a guardare il sole scendere dietro l'orizzonte.
Sono le 8 di sera, abbiamo una fame tremenda e raggiungere in auto la Saastal per salire domani con partenza alle 4 il Lagginhorn è a questo punto una follia. Per cui serve una meta di ripiego e valutiamo che questa possa essere la val Formazza con la punta d'Arbola, che a detta ad esempio di Renato Armelloni (Alpi Lepontine. Sempione - Formazza - Vigezzo, CAI-TCI, Milano 1986) ne è la vetta più rappresentativa. Forse tale giudizio deriva dall'estetica della montagna, essendo per quota invece superata dal Blinnenhorn.
L'unico problema è che non abbiamo né una carta, né idea di dove salire dato che la val Formazza l'ho vista solo di sfuggita in una giornata di pioggia un mese fa. Pazienza. Dal ricordo di ciò che mi ha detto Giacomo, non è difficile, si fa con gli sci, è lunga e lui l'ha fatta dal lago Sabbione.
Dopo un risotto per strada, e aver percorso un biscione asfaltato che par non più finire, eccoci a uno spiazzo poco prima di Riale, dove altri amanti del dormire in auto si sono parcheggiati. Chi nell'abitacolo, chi nella maggiolina sul tetto, si stanno tutti mettendo la cuffietta da notte e preparando a dormire. Così facciamo pure noi. Essendo lo spiazzo a ridosso della strada, trafficatissima anche ora che è quesi mezzanotte, copriamo col telo la macchina così da assicurarci il buio. Prima di ciò però facciamo a tempo a veder sfilare un fuoristrada con 4 giovani seduti sulla portiera e con il petto fuori dal finestrino che illuminano le scarpate con delle torce e urlano: «Guarda è un maschio! Scappa per di là...». E altre cose del genere che mi fan capire stiano inseguendo qualche ungulato. Spero non si tratti dell'orso che i quotidiani locali, sfogliati in trattoria, millantavano essersi palesato anche qui in Formazza. Non dico niente a Gioia, che se no so non chiuderà occhio, e in men che non si dica ci addormentiamo.
Sento piovere, ma pare ancora buio e mi giro dall'altra parte... Sono le 7:30 che mi salta in mente che abbiamo messo il telo e che quindi è buio solo dentro l'abitacolo! Ci svegliamo di fretta, colazione volante e poi facciamo 500 metri per piazzare la macchina alle porte di Riale in un parcheggio a pagamento. Che cazzata: potevamo partire a piedi da dove eravamo a dormire!


Ci incamminiamo. Riale (m 1731) dalle casette raccolte coi tetti a capanna in beola. Riale, l'abitato più a N del Piemonte. Riale, l'antico insediamento Walzer, popolazione d'origine tedesca proveniente dal Vallese e qui giunti attraverso il passo del Gries. Riale, che vive di turismo e dove d'inverno c'è un rinomato anello per lo sci di fondo lungo 12 km. Riale in fondo alla cui piana c'è una piantagione di camper.
Eh sì, quanti sono? Chi li ha seminati in questo luogo paradisiaco?
Sbigottiti per l'inaspettata visione di scatolotti bianchi eterogeneamente sagomati, assiepati dentro una grande recinzione di legno. Tanti bipedi che vanno a "pisciare il quadrupede". Le tante antenne paraboliche che fioriscono dai camper alimentano una domanda: che diamine vieni fin quassù per guardare la televisione e non fissarti a scrutare le montagne e assaporare il silenzio?
In effetti davanti a noi la Punta di Morasco, il Corno di Ban e la punta della Sabbia s'alzano sopra il il lago di Morasco e incantano per maestosità e composizione cromatica. 
C'è un sacco di gente in giro in fondo alla piana. Aumentiamo il passo.
C'è tanta gente in giro sui tornanti asfaltati che salgono al lago. Aumentiamo il passo.
Ci sono un po' di escursionisti sulla pista sterrata che orla da N il lago di Morasco. Anche alcuni tracciatori della gara di corsa che si svolgerà sabato prossimo. Continuiamo svelti.
C'è un pungo di persone che imbocca il ripido sentierino che s'alza in sx orografica della valle del rio Sabbione, dove la neve scende ancora fino a m 1800! Qualche escursionista procede nella nostra direzione, o contromano, traversando costa a S della piana oltre il crocevia posto presso il baitello a m 2211.
In vista dell'argine del lago del Sabbione contiamo molte persone sul coronamento e nei sentieri prospicienti e 2 persone in abito sportivo sopra di noi.
Il lago Sabbione oggi sembra il mare del Nord al disgelo, con blocchi di ghiaccio che galleggiano e colori accesi. In lontananza, tanto in lontananza secondo Gioia, ammantata di nuvole è la punta d'Arbola.
Fuori dal rifugio Somma Lombardo (m 2568, ore 3) non c'è anima viva. Il vento ha fatto rintanare dentro tutti i gitanti.
Insistiamo sulla traccia a monte del rifugio, verso SE. Vogliamo superare il lago appoggiandoci alle scarpate di sx, anche se parrebbe che il sentiero battuto corra dall'altra sponda, dove si trovano anche i rifugi Carlo e Bruno e 3A. Ma da quel lato c'è veramente un fiume di escursionisti.
Una lingua di neve da tagliare, scivolando dalla quale si rovinerebbe giù per uno scosceso canalone e quindi in acqua, interrompe anche le tracce e sancisce il limite oltre il quale non incontreremo più nessuno.
Salita la successiva valletta, pieghiamo a dx e raggiungiamo il poggio panoramico quotato m 2741, da cui studiamo meglio il percorso. Scavalchiamo quindi le propaggini della cresta occidentale del pizzo del Vallone, voltandoci di tanto in tanto ad ammirare la lancia di roccia del Corno di Ban.
Di fronte a noi, ai piedi della cresta N del pizzo del Costone, c'è il laghetto quotato m 2617, ma sprovvisto di nome. È ancora gelato. Solo il bordo è evidenziato da una traccia azzurra che disegna un cuore.
Scivoliamo per campi di neve approssimandoci alle sue rive, poi pieghiamo a dx grossomodo lungo il suo emissario, quindi obliquiamo verso sx fino a raggiungere la lingua del ghiacciaio del Sabbione a m 2500. C'è abbondante neve ovunque. Qui in val Formazza il paesaggio è dissimile dalle altre vallate alpine visitate di recente. Dev'essere caduta molta più neve, tanta da resistere al caldo torrido di fine giugno.
Saliamo il ghiacciaio verso SO attenti ai crepacci, che però non si palesano. Una breve impennata ci porta a m 2700, dove la pendenza scema. Con un arco verso dx ci portiamo ai piedi della ripida scarpata ENE della montagna, affiancando l'isola rocciosa alla sua base.
Il tempo da sereno è diventato nuvoloso e la pioggia si sta avvicinando. Anzi piove. Anzi diluvia. Per fortuna niente temporale: dei fulmini ne abbiamo già avuto abbastanza ieri.
Ramponi ai piedi c'inerpichiamo con qualche zig-zag sul ripido pendio (max 35°) standone nel mezzo e attenti ai buchi, anche se apparentemente sono ancora tutti chiusi. A m 3180 pieghiamo un po' a dx, poi una breve dorsalina ci porta sullo spartiacque con la Binntal, che seguiamo fino alla vicina vetta della punta d'Arbola (m 3236, ore 3:30), marcata da una croce in legno.
Diluvia. Solo quando si scioglie un po' la nebbia e la pioggia fa una pausa scorgiamo a turno il lago Sabbione e, dalla parte opposta, il cupo lago Devero.

L'acqua ci ha inzuppato i piumini e ora scende mista a neve.
Anche noi scendiamo prima di congelarci.
In fondo alla scarpata proseguiamo verso NE fino alla selletta del passo del Vannino (m 2717, croce) e di li scivoliamo giù per il vallone innevato che ne scende a oriente.
Dove stiamo andando? Non lo so, ma confido di fare una strada più breve di quella dell'andata.
Scivoliamo e scivoliamo svelti, col sole che è tornato e ci sbeffeggia. All'improvviso appare lo splendido lago Srùer (m 2330), le cui tinte variano dall'azzurro al turchese. Il lago è per prospettiva sovrastato dall'elegante sagoma della punta Clogstafel, evidenziata dalla bella e nevosa cresta occidentale. Il lago è bordato da un'esplosione di fiori. Abbondanti bottoni gialli di Pulsatilla aurea, cuscinetti rosa di Silene acaulis, e macchie violacee di soldanella e genziana.
Costeggiamo il lago da sx fino a prendere la traccia che taglia, mantenendosi in quota, le scarpate sopra l'alpe Vannino. Dinnanzi a noi è il grande e scuro fiordo col lago Vannino.
Riprende la pioggia.
Presso l'immissario settentrionale del lago Vannino incontriamo un sentiero bollato e marcato da frecce gialle dipinte sui sassi. Presumendo sia una bella scorciatoia, la imbocchiamo (sx) e iniziamo a salire un valloncello (NNE), prima stretto e incassato, poi più ampio. Il fondo è nevoso, ma non si affonda.
Gioia si scoraggia, non si fida di me e vuole boicottare il mio piano. Ma io sono sicuro di ciò che ho intuito. Salgo così prima solo fino alla bocchetta che si vede su in alto, poi torno indietro e la rincuoro: «Si passa e dietro si scivola in un bel canalone nevoso fin verso il lago di Morasco. Dai che ci siamo!»
Sferzati dal vento che ha fatto tornare il sole siamo così entrambi al passo di Nefelgiù (m 2583). Ci sono le bandierine della gara e, in alto a dx, le tetre guglie rocciose di corni di Nefelgiù.
Consumate le ultime riserve di acqua e di cibo, ci lasciamo scivolare nel vallone verso NE. A sx s'impongono le possenti pareti color ruggine che reggono la cresta NE della quota 2928, anticima orientale della punta del ghiacciaio di Ban. Tali inespugnabili pareti più in basso sono interrotte a metà da una ripida corona erbosa incisa dal sentiero che porta nella valle sospesa del ghiacciaio e del lago di Ban. Torneremo per percorrerlo quanto prima: esteticamente è magnifico!
A m 2300 finisce la neve e ci immettiamo sul sentiero bollato che corre tra i pascoli e che, toccata l'alpe Nefelgù (m 2048, ore 3:15), si tramuta in carrareccia e esce dall'omonimo vallone. Diluvia, ma oramai chi se ne frega. Le ascelle sono ancora asciutte; il resto è meglio lasciar perdere! Attestandosi attorno ai m 2000 la strada orla dall'alto il lago di Morasco, lo supera, quindi gira attorno ad un testone roccioso e a tornanti scende fino a Morasco. Eccoci di nuovo sull'asfalto che taglia la piana di Riale.
La piantagione di camper dev'essere stata colpita dalla peronospora e ne restan pochi. E quei pochi, per non far la ruggine come le foglie della vite, stanno scappando. Ci sfilano accanto, sotto la pioggia, mentre bagnati fradici raggiungiamo l'auto a Riale (m 1730, ore 1:15).

Riale all'alba.

Fioritura di Aquilegia alpina.

La gola terminale della valle del Sabbione.

Il baitello dove si trova il bivio: a dx si va al rifugio Città di Busto, a sx al lago del Sabbione e ai rifugi che gli gravitano attorno.

A sx il rifugio Città di Busto.

Il lago Sabbiona, ancora parzialmente gelato a luglio!

Il rifugio Somma Lombarda. Alle sue spalle il vallone nevoso che andremo a risalire.

La punta d'Arbola e la nostra linea di salita viste dal un testone panoramico quotato m 2741 a E del lago Sabbione. A sx si riconosce la punta del Sabbione.

Il laghetto a forma di cuore ai piedi del pizzo del Costone.

Salendo il ghiacciaio del Sabbione. Arriva la pioggia.

Specchiati nella scatola del libro di vetta della punta d'Arbola.

In vetta alla punta d'Arbola.

Il lago Srùer e la punta Clogstafel. 

Un salto sul lago Srùer.

LMD al lago Srùer.

Cuscinetto di Silene acaulis a forma di cuore.

Sulle rive del lago Srùer. In alto a sx il passo del Vannino.
Salendo al passo di Nefelgiù. Sullo sfondo il lago Vannino.
Verso il passo di Nefelgù. Sullo sfondo la punta d'Arbola e il pendio NE percorso sia in salita che in discesa.



Giù per il vallone di Nefelgiù.

Al cospetto delle barre rocciose che sospendono il vallone del ghacciaio di Ban.

Alpe Nefelgù: diluvia.

Sopra il lago di Morasco: diluvia.

sabato 6 luglio 2019

Cima dell'Uomo (m 2390)

Tra Bellinzona e Locarno, tra val Verzasca e val Leventina, a N del piano di Magadino, si alza la cima dell'Uomo (m 2390), montagna che deve probabilmente il suo nome all'ometto di pietra che ne addobba la sommità. A dispetto della quota modesta, si presenta fiera e rocciosa, con alte pareti dirupate sul versante settentrionale. La vetta è molto panoramica ed è raggiungibile senza particolari difficoltà partendo da più località. Esistono perciò vari itinerari che convergono negli ultimi metri dove - se non si vuole ingaggio alpinistico - il passaggio è obbligato. Perciò abbiamo deciso di salirvi transitando in testa alla valle della Porta e passando per la capanna Borgna e scendervi per la valle di Cugnasco, così da compiere un anello di grande soddisfazione.

La cima dell'Uomo dalla bocchetta di Medee.

Partenza: bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030).
Itinerario automobilistico: da Locarno (CH) si prende la pedemontana verso Bellinzona (o viceversa) fino a Gerra Piano. Qui, presso il ponte sul torrente, si segue la strada che sale verso i monti (indicazioni per Monti della Motta). Una decina di chilometri di strada tortuosa e stretta e si è al bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030). Un divieto ai mezzi non autorizzati impedisce di proseguire verso i Monti della Gana (nostra prima tappa), perciò parcheggiamo l'auto all'interno del tornante e proseguiamo a piedi.

Itinerario sintetico: bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030) - Monti della Gana (m 1286) -  Sassello (m 1673) - Forcola (m 1710) - capanna Borgna SEV (m 1912) - passo di Ruscada (m 2017) -  bocchetta di Medee (m 2150) - cima dell'Uomo (m 2390) - Corte di Cima (m 1757) - Corte di Mezzo (m 1525) - Monti della Gana (m 1286)  - bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030).

Tempo per l'intero giro: 8/9 ore.

Attrezzatura richiesta: scarponi.

Difficoltà:  2+ su 6.

Dislivello in salita: 1500 metri circa.

Dettagli: T3+. Gita su buoni sentieri segnalati in salita. Breve tratto su roccia attrezzato con pioli per la vetta. In discesa, dalla cima dell'Uomo alla Corte di Cima per una buona parte il percorso è per pascoli e pietraie prive di segnaletica e traccia.


© swisstopo.ch


Salita la stretta e tortuosissima strada che da Gerra Piano porta ai monti della Gana, lasciamo l'auto al bivio Monti della Gana / Monti di Motti (m 1030), in mezzo al tornante presso un obelisco di pietra, poichè un cartello di divieto ai mezzi non autorizzati ci intima di non proseguire oltre. Ci incamminiamo lungo la strada asfaltata in direzione SE, in salita, scavalcando la dorsale meridionale del Sassariente, ovvero quel picco roccioso con tanto di croce che bel si vede anche da Bellinzona. In corrispondenza della dorsale vi è un parcheggio sterrato e la strada piega a NNE sospesa sulla scarpata occidentale della valle della Pesta. La strada è priva di parapetti, come del resto lo era anche quand'eravamo in macchina: è un percorso che non perdona chi smanetta col cellulare anche mentre guida! Solamente il fitto bosco mitiga il senso di vertigine che si avrebbe, ma nel rassicurare mitiga pure il panorama che solo in un paio di punti offre scorci interessanti, sui monti della Gana o sulla prospiciente alpe Orino, dove si trova il rifugio omonimo. Il rifugio è ubicato su un promontorio prativo che si affaccia al fondovalle, orlato da boschi in cui spiccano le copiose fioriture bianche dei castagni. Vezzosa, ma coreografica, è il grande stemma elvetico evidenziato dal particolare sfalcio dei prati.
Ai Monti della Gana (m 1286, ore 0:45), siamo a un quadrivio con tanto di indicazioni. Scegliamo la mulattiera che punta ripida a NNE sulla dorsale, quella che il cartello decreta essere la via più svelta per la capanna Borgna. Superiamo le belle baite lanciando occhiate d'invidia ai possessori che seduti attorno a un tavolo si stanno gustando lo spuntino di mezza mattina. Gioia non si trattiene e urla loro un «Beati voi; quanto vi invidio; che fortuna vere una baita qui!». Ma uno dei proprietari ribatte ironicamente «Fino a poco fa non ci avresti invidiato che eravamo a tirar su il fieno!». I prati sono infatti freschi di sfalcio.
Rientriamo nel bosco che si è rimpossessato con le felci di ampi prati o pascoli abbandonati. Ne usciamo presso la radura a m 1498 che circonda un larice dalla chioma curiosamente asimmetrica e una graziosa cappelletta in sasso affiancata da una panchina in legno da cui si gode un superbo panorama sul lago Maggiore.
La nostra salita prosegue toccando Sassello, alpe la cui etimologia è presto spiegata dal grosso masso posto poco a monte delle baite, poi giunge alla Forcola (m 1710), affaccio alla valle della Porta, a cui accediamo dopo esserci un poco alzati verso ENE. Ci addentriamo nella valle a mezza costa, guadagnando quota per aggirare dall'alto una frana. Arriviamo così fino a m 1838, costretti poi dall'orografia a scendere a m 1729, e riprendere al salita, tra il tripudio di fioriture di rododendro e qualche masso, che ci porta alla capanna Borgna (m 1912, ore 2:40).
Il rifugio, di proprietà della Società Escursionistica Verzaschese e aperto da giugno settembre, è circondato da una palizzata che racchiude anche un secondo edificio a capanna e la fontana. È posto su un terrazzo dominato dal piramidale Madone e dalla turrita cresta del Madonetto. Tra di loro, a NE, è la quota m 2229, elevazione che separa la bocchetta di Cassane e il passo di Ruscata. Il sentiero segnalato (le tempistiche del cartello sono un po' "tirate") per il pizzo dell'Uomo punta a quest'ultimo (NE), e noi lo seguiamo dopo uno spuntino in riva al torrente.
Dal passo di Ruscada (m 2071), finalmente vediamo la cima dell'Uomo, da questa prospettiva davvero bella, tanto da suggerire un epilogo alpinistico della nostra gita. O almeno è ciò che si è spinti a credere osservando la cresta affilata e la parete rocciosa che ci parano innanzi. 
Siamo in testa alla valle di Cugnasco e puntando a NNE arriviamo alla bocchetta di Medee (m 2150). Traversiamo in salita, prima presso la cresta spartiacque con grande salto roccioso intramezzato da cenge verso le pietraie dell'alta valle di Moleno, poi sotto il roccioso cupulone sommitale della cima dell'Uomo. Calchiamo pietraie e accostiamo un fiero dente roccioso. Ci portiamo così a ESE della sommità dove, a m 2300, ha inizio un canalino che sfocia in un camino roccioso di una decina di metri dove sono stati infissi alcuni  pioli per scongiurare il pericolo che l'escursionista debba arrampicare su arditi passi di II grado. 
Dominato l'indomito passo, torna l'amico sentiero che tagliando verso O ci accompagna alla croce di vetta (cima dell'Uomo m 2390, ore 1:30), accanto alla quale s'erge pure l'ometto di pietra, figlio o parente di quello che ha dato il nome alla montagna. Chiediamo alle numerose pecore presenti appena sotto la vetta, ma non sanno darci ulteriori spiegazioni etimologiche, anzi sono infastidite dalla nostra curiosità sopraggiunta mentre buffamente si infilavano con la stesta nelle crepe della montagna a cercare un po' di ombra!
Panorama eccezionale? Credo di sì. Quand'è limpido sicuramente sì. Sotto di noi l’alpe di Ruscada che fa da palco al Sottoceneri, un vago miraggio simile al lago Maggiore a SO, ma l'afa e i cumuli che si stanno alzando offuscano tutto. Riconosciamo il Torrone Alto che ho traversato ieri, le cime della val Verzasca salite settimana scorsa, ma addirittura il pizzo Bernina, con l'inconfondibile Biancograt, il Disgrazia, Ligoncio e Sasso Manduino!
I tuoni e il cielo che si è scurito ci spronano a scendere velocemente.
Tornati alla base del cupulone sommitale seguiamo a S il sentiero per la bocchetta dell'Uomo e dove questo inizia a salire, lo abbandoniamo e senza sentiero traversiamo a SSO per pietraie, macereti e pascoli fino a prendere il sentiero di fondovalle della valle di Cugnasco presso il ripiano che precede le abbandonate baite in sasso di Corte di Cima (m 1770, ore 1). Gli ampi pascoli dell'alta valle di Cugnasco prendono il nome di alpe di Ruscada. Essendo il dialetto ticinese non lontano da quello valtellinese, suppongo che il toponimo indichi gli alberi privati della corteccia (rusca).
Giù ancora per sentiero sempre meglio definito fino a Corte di Mezzo (m 1525, ore 0:30).
Attorno alle baite capre, bambini e galline. Poi arriva un grosso cane bianco che abbaia inferocito. Spunta infine la sua padrona che ci intima di allontanarci senza «cagare il cane» poichè questo parrebbe essere un mangia-escursionisti.
Eseguiamo senza verificare la spietatezza del quadrupede e attraversiamo il torrente. Saliamo nel bosco fino a scavalcare a m 1580 le propaggini meridionali della cresta del Madonetto per accedere a un inquietante circo di rocce e boschi. Piove e i tuoni si fan sempre più forti, così come l'intervallo tra la luce dei fulmini e il tuono è sempre più breve: brutto segno perché significa che il temporale si sta velocemente avvicinando.
La traccia, bella larga, taglia a mezza costa sospesa tra i precipizi. È un percorso molto affascinante e panoramico, ma ad ogni bagliore di luce il nostro passo aumenta. Quando il sentiero inizia a scendere con decisione, per aggirare dal basso un'alta parete, all'improvviso avverto un senso di malessere. È come se l'aria che sto respirando sia calda e umidissima. Per me, che sono anni che frequento i monti in tutte le condizioni, è un segno inequivocabile: c'è tensione nell'aria. «Via, via: qui scarica!» urlo.
Se ci fermassimo in questo spazio aperto potremmo essere colpiti dal fulmine che sento Zeus sta per scagliare. Così iniziamo a far mulinare le gambe. Pure a Marco, mio compagno d'università con cui dopo ben 17 anni ci siamo ritrovati per una gita assieme, passa magicamente il mal di muscoli. Quando scappi al temporale sei investito da un grave senso di impotenza perchè sei consapevole che il tuo è solo un tentativo di portarti in una zona con più bassa probabilità d'essere colpito dal fulmine, ma alla fine sai che le nuvole e l'elettricità non sottostanno alle teorie su cui si basa il tuo piano di fuga.
Corriamo sotto la pioggia battente, con gocce d'acqua per niente fredda che ci colpiscono il viso.
Rientriamo nel bosco e corriamo ancora quando un bagliore intenso seguito da un tremendo boato ci raggiunge alle spalle. Il fulmine è scoccato proprio presso il sentiero dove l'avevo preconizzato. Ma non è detto che non ne seguano altri.
Corriamo ancor più svelti per allontanarci, fermandoci ad aspettarci ad ogni bivio: quale sia il sentiero principale è reso ovvio da bandierine bianco rosse, ma nella fuga sarebbe comunque facile sbagliare e dividersi.
Riemergiamo nei prati dei Monti della Gana (m 1286, ore 1:20) e torna il sole, che scaccia la pioggia e tutte le nostre paure. Marco, ringalluzzito dal pericolo scampato, ricorda gli insegnamenti del Politecnico che io ho rimosso e ci erudisce su quali siano i luoghi sicuri dai fulmini. Ad esempio se la casa non ha il parafulmini, questo potrebbe entrare. Perciò le vecchie baite in pietra non costituiscono un riparo sicuro al 100%. Gioia si preoccupa subito di casa nostra dove ho fatto io l'impianto. Io ci scherzo sopra. Poi indica una singolare cabina del telefono che si trova tra le baite ai Monti di Gana: «Quella farebbe da gabbia di Faraday, per cui si saremmo potuti chiuder dentro tutti e tre. Un po' stretti, ma meglio che prendersi un fulmine in testa.»
La gravità ci riporta all'auto in 25 minuti, poi riporta l'auto nel fondovalle dove salutiamo Marco. Lui torna dalla moglie a Germignaga, noi andiamo a Locarno Beach, come ho battezzato ironicamente il letto del torrente Maggia presso Locarno. Lungo il corso d'acqua vi sono numerose pozze in cui fare il bagno, circondate da spiagge in ciottoli e sabbia, o rocce levigate e intiepidite dal sole.
Lì ci rinfreschiamo e ci godiamo il tramonto tra i natanti.
Proseguiremo stasera in auto per Riale, in cima alla val Formazza, a cui approderemo attraverso la tortuosa strada della Cento Valli e della val Vigezzo.

La cappelletta a m 1498 sopra i monti della Gana.

Vista sul lago Maggiore e sul piano di Magadino dai pressi della cappelletta sopra i monti della Gana. 

Oltre la Forcola, entriamo alti nella valle della Porta.

Verso la capanna Borgna e il passo di Ruscada.

Esplosione di rododendri nella valle della Porta.

La capanna Borgna e il Madone.

L'itinerario dalla bocchetta di Medeee alla cima dell'Uomo visto dal passo di Ruscada.



Nel camino attrezzato per la vetta.

Nel camino attrezzato per la vetta.

Il traverso finale per la croce di vetta.

In vetta alla cima dell'Uomo.

Inaspettatamente prima di noi è stato qui l'amico Sandro di Luino.

Ricoveri per pastori all'alpe di Ruscada.

Corte di Cima.

Rieccoci ai Monti della Gana.

Le nubi avviluppano i boschi sotto l'alpe Orino.



venerdì 5 luglio 2019

Traversata del Torrone Alto (Torent Alto, m 2956)

Oggi ho fatto la traversata integrale per cresta del Torrone Alto o Torent Alto. È una cima al confine tra il Canton Grigioni e il Canton Ticino. È costituita da una lunga  barriera rocciosa piuttosto complessa, alta fino a 600 metri sul lato S, su cui si trovano varie elevazioni di cui la maggiore è la m 2956. C'è molta confusione sulla posizione di queste quote. Perdonate se anch'io non farò altro che alimentarla. Le varie edizioni della CNS spostano nomi e quote, le fonti si contraddicono, io non avevo un gps con me. Fatto sta che le ho toccate tutte così da esser sicuro d'aver asceso anche la maggiore. La gita non è banale, anzi impegnativa per lunghezza, esposizione e bassa qualità della roccia. Forse qualche passaggio poteva esser superato in modo più semplice, ma non posso saperlo.
In giro non c'era anima viva. Solo un pugno di mucche e migliaia di zecche sotto i m 1800.

La lunga barriera rocciosa con le cime del Torrone Alto. Prendete con le pinze dove ho posizionato le quote.

Partenza: Masciadon (m 1112). 

Itinerario automobilistico: da Bellinzona (CH) si prende l'autostrada 12 del SanBernardino e si entra in val Mesolcina. Si esce dopo Roveredo, e a Grono si imbocca la strada della val Calanca. Passati Buseno, Arvigo e Bodio, dopo 14 km da Grono, appena oltre il ponte sul Rià de Rode (è la prima strada che si diparte sulla sx dopo quella che a dx portava a Caugo) prendiamo la strada asfaltata  senza indicazioni che dopo 4 tornanti porta al parcheggio presso Masciadon. 

Itinerario sintetico: Masciadon (m 1112) - Agher (m 1469) - Piov di Dent (m 1949) - Biancalan (m m 2035 - si passa nei pressi) - Motton (m 2738) - piz dal Termin (m 2902) - Torrone Alto (m 2956) - Piov di Dent (m 1949) - Fragia - Camanna - Masciadon (m 1112).

Tempo per l'intero giro: 12-13 ore.

Attrezzatura richiesta: scarponi, corda (40 m), cordini d'abbandono, imbraco e casco.

Difficoltà:  4,5 su 6.

Dislivello in salita: oltre 2000 metri.

Dettagli: AD-. La lunga traversata in cresta del Torrone Alto non va sottovalutata. Sono oltre 2 km di cresta con passi su roccia fino al III+ grado e tratti sottili ed esposti. La roccia, specialmente nel tratto finale, è piuttosto marcia. I passaggi migliori talvolta vanno un po' cercati. In caso di neve residua l'ingaggio aumenta molto.

© swisstopo.ch - tutta la parte in cresta è alpinistica, anche se mi sono dimenticato di tratteggiarla


Che relazione posso fare di una cosa tanto incasinata e che si svolge in valli che finora ho poco battuto? Ho guardato e riguardato le mappe, cercato testi di conforto, ma non ci ho capito una mazza. Non credo che in molti abbiamo fatto questa traversata, perciò non esiste una descrizione precisa dell'orografia della montagna.
Di sicuro è una montagna molto appariscente vestita da una fascia di rocce chiare che assomiglia a una corona. La barriera si affaccia per un paio di chilometri alla val Calanca, poi prosegue per altrettanti verso O in valle d'Osogna (questo tratto che porta al Torrone basso non lo esplorerò, anche se, pisciando lunghissimo, avevo pensato di farlo pur partendo tardi al mattino!).

Per fare questa gita, al solito, non leggo quasi nulla per non privarmi dell'emozione della scoperta. Ho con me la CNS al 50 mila, onde non aver pure troppo dettaglio.
Parto da Masciadon (m 1112) nella selvaggia val Calanca e inizio a camminare su sentiero invaso dall'erba alta e dalle zecche. Le levo dai pantaloni con la frenesia con cui un innamorato strappa i petali di una margherita per verificare se il suo sentimento è ricambiato. 
Sono lentissimo, dovendomi ispezionare e spulciare ogni 10 minuti.
Di zecche ne eliminerò una 50ina prima di giungere a m 1840, sulle rive del Rià di Pianca Geneura. Qui arrivo passando per Agher (m 1469) grazie a una traccia con anche ponticelli malmessi in dx idrografica del Rià de Rode.
Dal crocevia a m 1840 prendo a dx (N) per Biancalan. Oltre le dirute baite di Piov di Dent la traccia si perde un po', per ricomporsi sul terrazzo pascolivo  sospeso tra le bastionate rocciose del Motton, propaggine orientale della cresta del Torrone Alto chiamato i Pianon de Piov. Il Torrone Alto è dinnanzi a me, una lunga e alta muraglia rocciosa  seghettata che non fa capire  quale sia la cima principale.
Prima di Biancalan piego a sx, lambendo le rocce e risalendo un ripidissimo canale che inizialmente confina col dirupato canalone che precipita verso Biancalan.
Eccomi in cresta a m 2450, dove mi affaccio sull'opposto foderato di pietraie.
Prendo la dorsale verso ONO fino a giungere nel punto dove si innesta da N una dorsale secondaria (Motton, m 2738, ore 4:30).
Fin qui nessuna difficoltà.
La cresta prosegue ora a O e senza problemi, dopo l'anticima e punto nodale a m 2893. La dorsale ora divide la val Cava dal bacino di Piov. Poca fatica e sono sul piz da Termin (m 2902), accanto alla piccola croce. Un targhetta mi conferma di essere nel posto giusto. Firmo il libro di vetta contenuto in una scatola metallica gialla.
La cresta ora si inabissa verso una bocchetta e presenta le prime difficoltà. Persi un po' di metri sul filo, c'è un salto, che evito disarrampicando (II+) per un diedro  sulla dx , dalla base del quale sono facilmente alla successiva sella. Inizio a trovare cordini di calata abbandonati anche in luoghi inspiegabili.
Oltre una prima prominenza, la dorsale torna a salire fino a una nuova elevazione con ometto crollato.
Lo ricostruisco poi mi occupo di capire come diamine scendere al colletto successivo. La roccia è marcia e lo spigolo verticale. Provo dal fianco N, ma è follia, quindi dopo qualche tentativo trovo un passaggio su quello S districandomi tra cenge e roccette, per arrivare all'apice del canalone sfasciumato e rossiccio che incide obliquamente la parete S.
Cosa ci sarà mai adesso? Aspetta che indovino: un'altra torre. Evviva!!!
Per rocce e chiazze d'erba arrivo alla base del dente sommitale (piuttosto cariato da una rapida analisi), ma questa non si concede direttamente, perciò la aggiro e sul fianco N (dov'è pure una larga e sinuosa crepa). Qui trovo un passaggio migliore e un po' di fresco all'ombra. La cresta, sempre più aerea, prosegue ondulata fino a un tratto largo una sessantina di centimetri, ma davvero molto esposto e instabile.
 - Basta non perdere l'equilibrio - mi dico. E così facendo sono su un nuovo torrione. Un ometto di sassi mi indica di scendere a dx, dove un breve camino mi fa perdere un paio di metri. Una placca seguita da un saltino (III) anticipano l'ennesima breccia, alla cui dx cala un canale marcio che parrebbe permettere di aggirare la successiva protuberanza della cresta. Ma vuoi saltarla? Se fosse questa la più alta? Così traverso la parete in piano verso sx, dove un diedro s'alza verso il cocuzzolo (III+).
Non trovo come scendere direttamente da O, per cui torno alla selletta, da cui, anzichè affidarmi al canalino che mi sa non essere adatto alle scarpe da ginnastica, prendo sottili cenge rocciose. Sono ad una nuova breccia. Aggiro da N il successivo dente: tanto quello si vede che è basso. Per il fianco nord di rocce instabili della successiva torre (camino, poi cengia, poi paretina) sbuco di nuovo in cresta, non lontano dal crocifisso in metallo che, assieme al masso con inciso 1921, addobba quella che è chiamata cima 7 e che i più considerano la vetta vera e propria (Torrone Alto, m 2953, ore 3:30). Che bel panorama e che sospiro di sollievo. Di fronte ho il pizzo della Forcola, salito con Carlo qualche settimana fa.
Ne ho abbastanza piene le scatole di fare cose esposte slegato, ma so che i racconti millantano esserci ancora da arrampicare (quelli della normale li avevo guardati per capire almeno quale fosse la montagna). Pace, vedrò se il II grado di cui parlano mi crea problemi, o se lo faccio tranquillamente, a dimostrazione del fatto che ciò che ho affrontato fino ad ora era rognosetto.
Dopo qualche metro verso O (ometti di conforto), smonto in un ripidissimo canalone sulla sx, così ripido da sembrare una parete. Il senso di  verticalità e smorzato solo dalla vista della vicina parete meridionale del Torrone, che a tratti strapiomba. Giù qualche metro, poi prendo la costola di dx (roccia ed erba), quindi un canalino di rottami (sx) ed eccomi alla selletta a cui culmina il vallone di ganda che porta nella conca di Piov. «Ma dov'è che si doveva arrampicare?» mi chiedo. In effettila discesa dalla vetta è poco più che escursionistica.
Giù quindi per il vallone, attento a non tagliarmi le caviglie coi Rolling Stones e già in ansia per i Beatles ematofagi che mi si attaccheranno ai pantaloni più in basso e che dovrò eliminare prima che mi infilzino la pelle.
Non c'è sentiero. Una volta nella conca di Piov punto il timone a E e, evitando le pietraie, torno a Piov di Dent (m 1949, ore 2). Sulle orme dell'andata scendo fino a poco sopra Agher, dove c'è il bivio (dx) per Fragia e Camanna. Scelgo quella direzione, sperando ci siano meno zecche, ma niente da fare: ogni 10 minuti devo fermarmi e levarne a grappoli dai pantaloni.
A Camanna l'erba è altissima e le baite danno segno d'abbandono.
Sono infastidito da questo ambiente così sporco e approdo a Mascadon (m 1112, ore 1:40) di pessimo umore. Però mi viene incontro una bella ragazza bionda, occhi azzurri e un po' arrossata dal sole. Mi torna il sorriso, anche se penso sia un miraggio. Non sono incontri che puoi fare a  Masciadon alle 7 di sera!
Il miraggio però parla. E in italiano:
«Com'è andata la passeggiata?» mi chiede.
«I posti sono molto belli - esordisco con tono galante. Poi ripercorro mentalmente la giornata e tuono «È pieno di zecche!»
«Zecche? Perchè il sentiero non è pulito?»
«È una merda» sottolineo con la finezza che mi contraddistingue. «L'erba ti arriva fino alle ascelle e non si vede dove mettere i piedi. Poi dai m 1800 in su è bello e non ci sono più zecche, ma prima fa proprio schifo.»
«Hai fatto bene a dirmelo: ho qui un gruppo di bambini in vacanza e per ora ne han prese solo un paio. Se su è così cambieremo meta per la passeggiata di domani. Grazie d'avermi avvisata.»
Così il miraggio se ne va, io mi controllo un'ultima volta i pantaloni, che levo e chiudo in una borsa di plastica affinché animaletti sfuggiti al mio vaglio non se ne vadano in giro per l'abitacolo. Ci penserà la lavatrice a giustiziarli! Scendo quindi in auto al torrente, mi lavo e così, un po' rinfrescato, mi preparo alla calura del viaggio di ritorno.

Masciadon.

Fatiscente ponte in tronchi sotto Agher.

Agher e in alto il Torrone Alto.

Rifornimento d'acqua al Rià di Pianca Geneura.

Verso Biancalan.

Lascio il sentiero per Biancalan e m'inerpico su per un vallone verso la cresta.

Panorama dalla cresta verso E. Gli intenditori risconosceranno addirittura il pizzo Bernina.

Sul Motton.

Manipolo di fiori di margherita.

Dalla quota 2893 verso il piz da Termin.

La croce di vetta del piz da Termin.

Linea di discesa dal versante O del piz da Termin.

Verso la quota m 2956, massima elevazione del Torrone Alto.

Discesa verso il canale di terra rossiccia.

Discesa verso il canale di terra rossiccia dalla cima della torre successiva.

Tratto stretto, marcio ed esposto della cresta verso la terzultima torre.

La cima più occidentale del Torrone Alto, che è anche la più frequentata e percià quella a cui è associato il toponimo.

Incisione di vetta.

Sguardo sulla cresta appena superata.

Lo scosceso canale/parete di discesa dalla vetta occidentale.